Le cose in comune

di Dario Greggio


Una breve prefazione:

nel tentativo di costruire comunque qualcosa di positivo su una storia che è stata stroncata in maniera molto dolorosa prima ancora di incominciare, ho deciso di scrivere alcune righe.
Vorrei almeno riuscire ad esprimere quello che ho provato per lei, quello che ho sognato e ciò che ho sofferto cercando di starle vicino, in quei mesi... capire perché "lei" mi piaceva così tanto e perché adesso sto pensando che non avrebbe dovuto finire così.
Ne uscirà fuori un racconto probabilmente mieloso e strappalacrime (anche perché di lacrime ne ho versate veramente tante...).

* * *

"Quando ti sorridono, è probabile che sia un sì,
ma quando si allontanano è no...
E tu: ci devi stare, è inutile sperare
di recuperare se hanno detto no.
Meglio sparire, non telefonare,
per sentirsi dire un'altra volta no"

* * *

1/6/95


Capitolo 1

Come tutte le mattine, io e Maurizio ci eravamo incontrati nel piccolo ufficio della nostra ditta. In realtà, il lunedì mattina io ero solito arrivare un bel po' dopo l'orario di apertura, e quindi quel giorno egli si stupì alquanto nel vedermi già lì.
Avevo subito incominciato a spiegargli che quella notte non avevo dormito molto.
"...capisci? Mi è capitato, a volte, di fare per più di una notte lo stesso sogno, ma mai in maniera così netta... così definita. Ogni volta che mi avvicino a quel calendario la scena in cui mi trovo va letteralmente in pezzi e io mi sveglio di soprassalto."
"E il calendario indica il 22? E di che mese?" mi domandò Maurizio.
"Questo non lo so... Di solito è un classico calendario a foglietti quadrati, con le scritte rosse... ma questo non è importante. Io mi sto domandando che cosa voglia dire... a che mese si riferisca, eventualmente"
Era già la terza volta che sognavo il calendario con il 22, in meno di due mesi, e quel mattino avevo deciso di raccontare a Maurizio questa strana esperienza. Non riuscivo a collegare quel sogno con nessuna persona del mio giro di conoscenze, né con qualche evento del mio passato, e questo mi rendeva inquieto. La breve storia con Simona era finita da un bel po' e non era stato il 22 del mese... oltre al fatto che non credo che nulla dei mesi trascorsi con lei avesse avuto tanto valore da affiorare nei miei sogni.
Mentre mi concentravo in questi pensieri, squillò il telefono. "Si, ma... sveglia, Paolo!", disse Maurizio, vedendomi vagamente assorto. "Tra 'sti sogni e Laura stai diventando sempre più stordito". Raggiunse l'apparecchio telefonico mentre le sue parole mi avevano riportato in qualche modo alla realtà.
Laura era la ragazza a cui mi sentivo di giorno in giorno più legato. Ci eravamo conosciuti quasi sei mesi prima ad una festa organizzata da un ragazzo della compagnia: lei faceva parte del suo giro di colleghi e amici che avevo conosciuto quella sera stessa. Moretta, minuta, mi aveva subito colpito per diversi aspetti: carina di viso, indossava una gonna chiara non troppo corta e una maglia. Inoltre, non parlava molto e la si vedeva spesso in disparte: come quando, ad un certo punto, fu pronta la pasta (specialità tipica del ragazzo che organizzava la festa) e a causa della mancanza di sedie nel salone, lei era andata a mangiare da sola in cucina.
Inizialmente non dovevo esserle stato molto simpatico, perché difficilmente riuscivo a scambiare più di qualche semplice battuta con lei: la cosa d'altronde non mi aveva toccato più di tanto perché a quell'epoca uscivo con Simona e stavo parecchio bene con lei. Quando, dopo quella festa, Laura incominciò a uscire regolarmente con il nostro gruppo, io le rivolgevo ogni tanto la parola, ma spesso, vista la sua reticenza, lasciavo perdere.
Mi ricordo che quando andammo in montagna, ai primi di luglio, Laura si unì a noi e, per essere ancora una delle prime volte che usciva nel nostro gruppo, si era trovata abbastanza bene con tutti. Era una ragazza piuttosto indipendente e quando usciva con la compagnia non faceva mai nessun tipo di problemi in merito ai locali o alle mete delle serate. Questa era stata solo una mia impressione, scaturita dopo qualche volta che lei era uscita con noi: parlando poi di lei in compagnia, Peter, che la conosceva da diverso tempo, ci aveva in qualche modo confermato che quello era il suo carattere.
Peter era un tipo simpatico e a dispetto delle sue origini parlava benissimo italiano, tanto da conoscere benone anche molti modi di dire e di scherzare: nonostante questo, non ero comunque molto in confidenza con lui. Sapevo che lavorava, insieme a Laura, in una comunità di volontariato e questo fatto aveva generato dentro di me una grande stima nei confronti di entrambi: difficilmente si incontra della gente che usa il proprio tempo per aiutare gli altri senza cercare un proprio tornaconto. E difficilmente, in quella come in altre compagnie, avevo trovato persone come loro: Simona stessa, per quanto fosse dolce e tenera, a volte mi sembrava legata per lo più al suo lavoro e al suo piccolo mondo che non ad altri interessi.
Maurizio ritornò dopo aver riagganciato il telefono. "Era Filippi, quello dei componenti per le schede. diceva che possiamo passare a ritirare tutto il materiale... be', tutto tranne quei transistor nuovi, quelli lì... come si chiamano?"
"IGBT, vuoi dire gli IGBT?"
"Sì, quelli. Dice che per quelli ci vorrà ancora qualche giorno"
"Ah, va bene", risposi.
"Che cosa stavamo dicendo...", riprese Maurizio, "ah, sì, mi stavi raccontando di quei sogni..."
"Sì... ma non importa, Mauri. Vedremo, se succederà di nuovo... che strano, però!"
"Magari è qualcosa che c'entra con Laura. Non mi hai più raccontato nulla di lei... come va?"
"Mah, ci siamo visti ieri... Siamo andati a casa di un ragazzo che abita in collina, vicino all'Hennessy. Abbiamo parlato, giocato un po', eravamo più o meno una ventina... poi qualcuno ha anche cercato di ballare, perché tanto la casa è abbastanza grande. Ad un certo punto, poi, mentre stavo curiosando per la casa di Marco, ho trovato una libreria e sono stato attratto da diversi libri di autori inglesi, che sai che a me piacciono... e subito dopo ho visto Laura seduta per terra sul tappeto che leggeva un racconto di Virginia Woolf. Allora mi sono seduto vicino a lei e ci siamo messi a parlare."
"Già, che tu trovi anche il tempo per leggere libri, nonostante il lavoro..."
"Be', in realtà in confronto a lei io leggo piuttosto poco. Però è stato notevole vedere che ci piacciono gli stessi autori, ma soprattutto che c'è qualcun altro che quando entra nella casa di un amico butta un occhio sulla sua libreria e si mette a leggere qualcosa di più serio di una rivista o un giornalino."
Simona, per esempio, aveva la casa piena di "Collezione Harmony" e di libri sui gatti: tutte cose rispettabilissime, ma che mi sembravano molto limitate. Questo era stato uno dei motivi principali per cui avevo lasciato cadere la storia con lei.
E in quello stesso periodo mi ero reso conto che avevo davvero molto in comune con Laura: il fatto che io e Simona ci fossimo lasciati aveva fatto sì che io e Laura incominciassimo a parlare un po' di più. Negli ultimi mesi quest'ultima era diventata abbastanza amica di me e di Simona, e allora, quando ci lasciammo, ci furono i classici discorsi da portineria con lei e la sua cara amica Linda sul perché e come mai non ci vedessimo più. Avevamo anche incominciato a sentirci direttamente per organizzare le serate, mentre in precedenza lei arrivava in compagnia per conto suo: o meglio, con le persone della compagnia alle quali si era legata nei mesi estivi... in breve tempo, mi ero reso conto che nei mesi in cui non ci eravamo considerati più di tanto lei aveva stretto legami con quella parte della compagnia che era più lontana dal mio modo di essere.
Avevo quindi appena incominciato ad essere un po' legato a lei e subito mi ero scontrato con il fatto, per me strano, che lei avesse qualcosa in comune con quelle persone. Era per questo che negli ultimi tempi ero piuttosto "preso" da questa storia: spesso mi trovavo a parlare con quella che mi sembrava essere la ragazza perfetta per me, e subito dopo lei mi sembrava una tizia così diversa da me.
"E lei? Avete capito se sta insieme a Michele oppure no?" mi domandò infatti Maurizio, ricollegandosi a quello che gli avevo detto nelle ultime settimane.
"Be'... adesso credo di no. Però credo che qualcosa ci sia stato, durante l'estate. Io con lei non ho mai parlato... non ho ancora molta confidenza: come ti dicevo, ieri ci siamo messi a parlare di libri e letteratura... per il resto, ci si limita alle battute. Con Michele, poi, non ci parlo praticamente mai. Certo che forse, se le fossi stato più vicino appena ci siamo conosciuti... solo che c'era Simona. E' la solita sfortuna... non si riesce mai a capire..."
"Non è la solita sfortuna: secondo me sei tu che ti crei queste teorie tutte le volte che esci con qualcuna..."
"Ma quello che ti sto dicendo sul suo carattere è vero! E ti dico che raramente mi è capitato di trovare una ragazza carina che ha anche un cervello e con la quale si riesce a fare qualche discorso diverso dai soliti discorsi sugli uomini e sulle donne."
"Ma, a quanto mi hai raccontato, questi altri tipi con cui lei esce la cercano per motivi opposti o perlomeno diversi dal tuo!"
"Eh... in effetti così dicono. Non so... le sue amiche dicono comunque che lei non cerca quel tipo di ragazzo. Una sera che lei è uscita con due amici di quella Linda, è venuta poi il giorno dopo a spiegarci che lo ha fatto per fare compagnia alla sua amica, che non si è divertita granché, che lei è convinta che non incontrerà così l'uomo della sua vita... quasi volesse scusarsi di essere uscita con loro anziché con noi."
Una delle poche cose che avevo saputo su di lei era che nutriva una grande passione per la Germania in tutti i suoi aspetti e che era stata insieme prima ad un ragazzo tedesco e poi ad un altro. Si diceva che lei avesse questo mito dei ragazzi "nordici" e tutte le volte che in compagnia arrivava qualche tipo vagamente simile a un tedesco la gente incominciava a costruire storielle su Laura.
"E' superfluo aggiungere che se da una parte questi fatti mi rincuorano, dall'altra ci sono cose che mi portano a pensare che forse lei non trova assolutamente nulla di speciale in me", precisai a Maurizio.
"Ho capito. Vedremo... intanto, forse, è meglio che facciamo qualcosa, che dici?" disse lui cambiando discorso.
"Sì... devo finire quelle ultime modifiche al programma della Riel di Villarbasse". Rigirai la sedia verso il mio computer, mentre Maurizio terminava di preparare la propria borsa dei ferri. Dopo poco tempo fu pronto per uscire.
"Ci vediamo a pranzo, allora", disse.
"Okay, a dopo".

Capitolo 2

Come capitava spesso negli ultimi tempi, restare a casa alla sera mi rendeva triste e pensieroso. Quella settimana, al di là dell'ufficio e di qualche cliente, non ero mai uscito di casa, e solo una sera avevo incontrato un mio amico per fare quattro chiacchiere in birreria. Era l'unico altro ragazzo della compagnia che abitasse vicino a casa mia, e allora capitava spesso che in settimana ci incontrassimo tra di noi per non fare troppa strada. Con i miei soci, invece, non uscivo praticamente mai, alla sera: nonostante andassimo perfettamente d'accordo (o quasi) sul lavoro, avevamo smesso di frequentare le stesse compagnie da qualche tempo.

"Si sta incominciando a parlare di Capodanno e c'è un certo numero di persone che sembrano volerlo passare in compagnia... soprattutto in compagnia di Laura. D'altronde non posso impedire a Laura di andare dove crede o di invitare chi preferisce: lei tra i suoi meriti ha quello di darsi sempre da fare per il bene di tutti. Non posso nemmeno chiedere così, subito, a Laura niente di più... perché la perderei. Sto bene con Laura, e avendo tanta paura che "dopo" lei mi si allontanerebbe, preferisco accettarla così.
Non la conosco ancora granché, e purtroppo penso di conoscere abbastanza la gente con cui lei si trova più spesso: tuttavia non posso fare altro che aspettare. Per fortuna, riesco ad essere spesso sereno, quando Laura c'è ed è tanto cara, e io in qualche modo riesco (o sono costretto) a non fare nessun passo in più. Spero davvero di non perderla." 15/11/94

Era mia abitudine, quando alla sera non avevo niente da fare, di mettermi a scrivere sul diario... ossia sul computer. In genere annotavo solo le uscite degli ultimi giorni e le persone con cui avevo trascorso il tempo libero: se però ero ispirato da qualche ragazza, aggiungevo qualcosa del mio stato d'animo. E in quel periodo scrissi davvero molto su Laura...
Gli eventi delle ultime settimane erano stati abbastanza vari.
Da un lato, io e Laura avevamo incominciato a sentirci spesso e a volte, visto che arrivavamo entrambi dalla stessa parte di Torino, ci incontravamo a metà strada per poi proseguire con una sola macchina. Altre volte, invece, capitava che giungessimo tutti e due un po' prima degli altri alla scuola che rappresentava il punto di incontro della nostra compagnia: e così chi arrivava ci vedeva spesso insieme da soli, con conseguente fioritura di pettegolezzi.
"Allora, come va con Laura?", mi domandò un martedì mattino Giorgio, quando ci incontrammo davanti alla Camera di Commercio, in centro. Si riferiva al fatto che lui e la sua ragazza, Cristina, ci avevano dato un passaggio per tornare alla macchina di Laura dalla cremeria in cui avevamo passato la domenica pomeriggio.
Ricordo che Laura stessa mi disse che, in una recente telefonata con Simona, quest'ultima era sembrata contrariata dal fatto che io e Laura arrivassimo con la stessa macchina: era stato uno dei piccoli elementi che ci avevano portati un po' più in confidenza. Io infatti avevo assicurato Laura che non avevo da pensare che Simona potesse essere in qualche modo gelosa di lei, né d'altro canto questo mi poteva importare più di tanto. E lei aveva assicurato Simona che tra noi due non c'era nulla.
Aveva contribuito ad avvicinarci anche, sempre a proposito di libri, il fatto che lei fosse rimasta piacevolmente sorpresa dallo scoprire che io avevo scritto dei racconti, in passato. Gliene diedi un paio da leggere e lei li lesse in meno di tre giorni, e fu anche così brava da telefonarmi apposta per dirmi che aveva appena terminato la lettura e che mi avrebbe scritto un suo commento. Il commento in realtà non fu molto benevolo... ma io non mi aspettavo nulla di più: sapevo che si trattava di romanzi abbozzati, senza grandi pretese. Quello che però mi aveva fatto molto piacere era che lei si fosse interessata ad essi come a un libro vero.
Quanto tempo sembrava passato da quando, il giorno prima della partenza per le vacanze dell'anno prima, le avevo timidamente telefonato per salutarla e per dirle di salutare gli altri amici che lei sentiva più spesso!

* * *

In realtà, Laura non dedicava più tempo a me di quanto ne dedicasse alla sua amica Linda e al famoso Michele, o ad altre persone.

"Ieri sera, dopo il calcetto, sono andati tutti a casa, e solo io e lei avevamo voglia di stare in giro ancora un po'... In quel momento, però, è comparso Michele e ho sentito che le diceva "ti devo parlare di Chiara, è importante" e così lei è andata via con lui. Mi è sembrata dispiaciuta che lui le abbia chiesto di andare con lui e che io abbia dovuto andare via da solo... ma resta il fatto che c'è andata"

"Comunque, sai, lui dice di essere davvero innamorato di Chiara, dice che lei è la donna della sua vita e che ci tiene moltissimo. Ed in effetti si comporta in maniera diversa dal solito" mi disse Laura per telefono qualche giorno dopo quel lunedì al calcetto.
"Mah, tu dici... Per quanto lo conosco, e anche tu lo conosci abbastanza, mi sembra che faccia così con tutte", le risposi. Avevo sempre ben chiare quelle parole che Michele aveva detto a Laura appena si erano conosciuti, la settimana dopo che Laura era giunta nella nostra compagnia: "sai, io sono il playboy della zona". Quando Laura ce lo aveva raccontato, io avevo pensato che una ragazza come lei non sarebbe mai stata granché amica di uno come Michele... e invece dopo poco tempo girò la voce che uscivano insieme. Queste voci furono sempre smentite da Laura che diceva che lui era solo un suo amico come tanti, che gli aveva spiegato di non farle proposte di nessun tipo se voleva che lei fosse sua amica. Io, come sempre, mi fidavo di quello che Laura diceva: era una delle poche persone della cui coerenza ero convinto fermamente.
Continuai ribadendo il mio punto di vista su questa storia di Michele e Chiara, che ormai era divenuta leggendaria nella compagnia. "In ogni caso, non mi sembra granché bello nei confronti di Marco. Lei dovrebbe innanzitutto decidersi... e poi, secondo me, Marco è decisamente migliore di Michele."
"Io non dico di pensarla come lui, lo sai: io non mi comporterei come lui. Però lui fa bene a fare così, se ne è convinto e se anche lei lo è. Anche a me dispiace per Marco, però non me la sento di farne una grossa colpa a Michele", ribatteva Laura.
Michele era esattamente il tipo che ci provava con tutte, appena le conosceva. In particolare, aveva un modo di fare pazzesco che in qualche maniera lo metteva davvero in grado di comportarsi come il "playboy" per eccellenza. E spesso accadeva che tra noi ragazzi ne parlassimo con un pizzico di invidia, visto che in qualche occasione la sua parlantina sarebbe tornata utile a ciascuno di noi: poi però, a volte mi capitava di conoscere ragazze come Laura, o come un'altra Laura che avevo conosciuto in passato, che mi stimavano anche solo per come ero, e questo mi rincuorava.
Ciò non cancella comunque la sensazione che se Laura e Michele non fossero diventati così amici sarebbe stato meglio...
Negli ultimi giorni, oltretutto, lui l'aveva eletta a suo consulente matrimoniale per quel che riguardava Chiara, la sua più recente fiamma. Con Chiara in realtà Michele aveva superato se stesso: stava cercando di avere una storia (come diceva Laura, con un pizzico di imbarazzato disgusto, "a lui interessa portarsele tutte a letto") con una ragazza bionda che da tempo usciva con Marco, quello della casa in collina. La cosa sembrava ricambiata e questo fatto scagionava in qualche modo Michele dalle sue colpe, agli occhi di tutti e soprattutto di Laura.
Comunque, quando io e Laura ci trovavamo a parlare da soli, Michele non era per fortuna l'unico nostro argomento di conversazione: anche se, soprattutto le prime volte, era stato un buono spunto iniziale, come parlare del tempo. Di computer con lei non ne parlavo granché, come con tutte le ragazze... ne avevamo parlato inizialmente, quando ci si era conosciuti e si era parlato del lavoro che facevamo. Laura mi aveva raccontato di avere un computer, che usava per le sue traduzioni, ma con il quale, comunque, non aveva un buon rapporto.
Una sera, tuttavia, accadde che Laura arrivò in compagnia disperata perché la tastiera del suo computer aveva cominciato a dare i numeri! Quando seppi della cosa, le proposi di portargliene una di ricambio l'indomani, e lei accettò. Sembrò molto contenta della cosa, con quel suo modo di essere riconoscente verso chi le faceva qualche (sia pur piccolissimo) favore, che le dava anche un certo tono di dolcezza al di là del suo noto "decisionismo". Qualche tempo dopo, la sua stampante rimase senza nastro e lei venne direttamente da me perché la aiutassi a sostituirlo... Erano piccole cose che mi riempivano di gioia: vedere che lei in qualche modo pensava a me, poter usare qualcosa del mio mondo per aiutarla se ne aveva bisogno. In realtà, gli uomini timidi spesso si esaltano quando riescono a fare qualcosa per una ragazza che sta loro a cuore, ma difficilmente tutto questo riesce a lasciare una traccia nel cuore di lei: probabilmente, è più profonda la traccia che la sua vecchia tastiera ha lasciato qui nella polvere dello scaffale accanto al mio computer, da dove la posso scorgere anche adesso.
Laura usava il computer per le sue traduzioni, soprattutto dal tedesco. Era il suo lavoro e anche la sua passione, come già abbiamo visto. Si era laureata in lingue due anni prima con un eccellente 108, e aveva poi trascorso parecchio tempo in Germania.
La stessa sera in cui avevo parlato a Laura dei miei racconti, eravamo passati da casa sua in modo che lei potesse prendere la sua Clio, per non dover obbligare nessuno ad accompagnarla a casa dopo cena. Era la prima volta che andavo a casa sua, e con noi c'era anche Roberto. Lei aveva incominciato a mostrarci delle sue foto, ed in particolare ce n'era una che la ritraeva a Norimberga e sebbene fosse di soli tre o quattro anni prima, là sembrava dimostrare sedici o diciassette anni al massimo! Laura diceva sempre che tutti le davano molti meno anni di quelli che aveva in realtà, e quella foto era una delle prove più evidenti di questo fatto. Le altre foto che Laura ci mostrò quella sera (parecchie, in verità) parlavano quasi tutte della Germania, da Hannover a Monaco... di quelle fatte in Liguria durante la più recente vacanza con il suo ragazzo tedesco lei mantenne un certo riserbo.
Tutto questo parlare di Germania aveva ridestato dentro di me la vecchia intenzione di imparare un po' di tedesco. Ci avevo già provato qualche anno prima, quando ero andato in vacanza un paio di volte in Germania, ma poi avevo lasciato perdere. Questa volta, con una maestra come Laura, ero convinto di potercela fare, di arrivare a conoscere davvero un po' di quella lingua, in maniera da affiancarla al mio discreto inglese.
Lei era davvero molto presa da questa sua passione per il tedesco, e quando le dissi che mi sarebbe interessato riprovare a studiarlo un po', mi sembrò molto contenta di poter parlare con qualcuno della sua amata Deutschland. Mi promise che mi avrebbe portato qualcuno dei test che faceva fare ai suoi alunni, e qualche settimana prima di Natale mi diede anche una piccola traduzione da fare.
"Ma lo stai studiando solo perché ti piace Laura?", ben presto mi chiesero Silvia e Paola, due ragazze della compagnia che avevano anch'esse studiato tedesco. E fu fin troppo facile rispondere loro che era merito di Laura se stavo imparando molte cose così in fretta.
Silvia, la ragazza di Peter, si stupiva sempre, quando mi vedeva imparare a memoria così in fretta un mucchio di cose, dai numeri di telefono alle targhe delle auto dei nostri amici.
"Paolo, ma sei una cosa... pazzesca!", mi disse la sera in cui Laura mi diede quella traduzione da fare e, mentre gli altri parlavano dell'ennesima partita a calcetto, mi aiutava a superare i punti più critici. Era una ragazza dal modo di fare così "innocente", e mi trovavo molto bene a parlare con lei: mi sembrava che mai, in quello che lei diceva, ci potesse essere qualche falsità o doppiezza. Così, anche se l'ironia sul fatto che io studiavo tedesco solo per poter stare vicino a Laura mi dava un po' fastidio, non me la prendevo affatto con Silvia: mi dava un po' più fastidio la sensazione che altri, come la sua famosa Linda, pensassero la stessa cosa.
Linda era il genere di ragazza che si poteva quasi considerare l'equivalente di Michele in campo femminile. Mai, dico mai, avrei pensato che Laura potesse diventare la sua amica del cuore o, come Linda diceva spesso, la "mia nuova sorellina". Ma forse, se avessi valutato come l'istinto mi suggeriva quella scena di fine agosto in cui Linda si era presentata con il chiodo, anfibi e una mini nera, annunciando "stasera la mia sorellina dorme a casa mia", avrei provato meno tristezza nei mesi successivi. Eppure non potevo, non volevo credere che Laura fosse diversa da come la vedevo io.
"Mi piace davvero Laura, sai? Secondo me è una bravissima ragazza" dicevo un po' a tutti i miei amici sperando, come si fa in questi casi, che nessuno glielo dicesse ma che comunque tutti ne parlassero. Ma molti miei amici mi dicevano delle cose un po' diverse.
"Secondo me è una che non è mai uscita di casa... e adesso si trova Michele che la imbambola con i suoi discorsi e Linda che le fa conoscere la vita e le discoteche" diceva Gianfranco, pregandomi di pensare a qualcun'altra. Della stessa cosa erano convinti anche altri: quando le vedevamo arrivare insieme, entrambe in tenuta da discoteca, tutti avevano l'impressione che Linda avesse clonato se stessa sulla sua amica.
E io passavo il tempo a ripetermi che Laura, con quel viso angelico, non poteva essere fatta così.

Capitolo 3

Ormai capitavo piuttosto spesso a casa di Laura.
Tra il suo computer, il "corso" di tedesco e qualche cena a cui lei ci aveva invitato tutti insieme, mi trovavo a casa sua almeno una volta alla settimana.
Continuavamo a parlare di libri: lei mi raccontava delle sue ultime letture e io le parlavo delle mie. Leggere, che mi era sempre piaciuto ma senza dedicarvi molta passione, era ridiventata una cosa importantissima per me. Un po' imbarazzato, avevo raccontato a Laura che, oltre alla letteratura inglese, una delle mie passioni era la fantascienza ed in particolare Star Trek. Temevo che parlarle di questi libri non le sarebbe interessato molto, ed in effetti doveva essere così: però lei non si mostrava mai scocciata, anche perché io cercavo sempre di premettere il fatto che della fantascienza non mi piacevano gli effetti speciali o le orecchie a punta, quanto piuttosto certi concetti di umanità e di ambizioni umane che in quei racconti erano ben trattati.
Si faceva in fretta, così, a passare dai libri agli ideali e poi al lavoro, a ciò che poteva essere bello fare nella vita... In quel periodo, poco prima di Natale, acquistai una videocassetta in lingua originale inglese di un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, due esempi tipici dello stile teatrale inglese. Avevamo da tempo scoperto di essere entrambi grandi estimatori di questi due attori e di quel genere di racconti, e qualche settimana prima eravamo anche andati al cinema a vedere l'ultimo film con loro protagonisti. Ricordo che mentre guardavo quella cassetta, la mia immaginazione correva a un giorno in cui avremmo potuto vivere insieme, io e Laura, e aiutarci a vicenda, lei con il tedesco e io con l'inglese, mentre guardavamo un film o leggevamo un libro straniero.
Di discorso in discorso, ci eravamo accorti che anche la nostra visione del mondo (se Laura fosse qui, probabilmente userebbe un termine caro alla mia professoressa di italiano, Weltanschauung) era molto simile: il nostro lavoro era (o doveva essere) la nostra passione. Lei, con il suo volontariato, dimostrava che dopo aver guadagnato quanto serve per vivere, è possibile e lecito svagarsi aiutando gli altri. Io, in maniera forse un po' più egoistica, ritenevo che dopo aver guadagnato quello che serve per vivere, fosse giusto allontanarsi dalla confusione degli uffici e dei negozi per concentrarsi nei propri sogni, nella cultura e nei propri hobby.
Il suo ideale di lavoro era dunque un part-time che le permettesse di essere sempre a contatto con la lingua tedesca. In quel periodo Laura lavorava da pochi mesi in una società editrice dove svolgeva esattamente questo compito. Al pomeriggio, poi, era libera di fare quello che voleva: arrivava alla sera in compagnia e raccontava di aver accompagnato quei ragazzini della comunità in piscina, o di aver terminato di leggere un libro di un poeta tedesco e di stare per incominciarne un altro sul futurismo.
Eravamo entrambi convinti che fosse assurdo stare otto o più ore in un ufficio a fare un lavoro ripetitivo (come peraltro aveva sempre fatto Simona). Eravamo anche entrambi convinti che la televisione e la pubblicità fossero parte di quel modo di vivere, che a noi sembrava stupido. Spesso ci mettevamo dunque anche a malignare sull'andazzo politico del momento, pensando che quel modo di vedere il lavoro era per noi così naturale, eppure tutti sembravano dare più importanza a dei valori inconsistenti.
"Stupido, capisci, Paolo... stupido... è proprio stupido..." era una sua espressione classica per definire qualcuno che in ufficio le aveva dato una dimostrazione di quel comportamento del tutto insopportabile.
Quando, ai primi di dicembre, Laura venne mandata via dal suo posto di lavoro, si aprì un piccolo "caso".
Lei ci raccontò che quegli "stupidi" dei suoi datori di lavoro avevano preferito dare il lavoro di traduzione a dei consulenti esterni, privilegiando il costo inferiore alla qualità di un team di laureati che lavoravano fino al giorno prima. Ma la cosa più bella fu il carattere forte di Laura che ancora una volta si fece notare: non era lei a disperarsi perché aveva perso il lavoro, ma tutti gli altri! La sua famiglia, le sue amiche...
A lei non importava quasi per niente.
"Mi darò da fare con le traduzioni per conto mio... e presto troverò un altro lavoro" disse. E la settimana dopo era di nuovo in comunità dal mattino, e ci raccontava di come i suoi ragazzini fossero contenta di rivederla.
E infatti dopo qualche settimana le proposero un nuovo lavoro: una ditta svizzera l'aveva contattata e le aveva fatto delle proposte interessanti. Ad ogni modo, lei avrebbe fatto qualunque cosa pur di lavorare a contatto con ciò che le piaceva di più, proprio come me. E proprio come me, dopo una settimana e qualche chiacchierata, Laura rifiutò quel lavoro per lo stesso motivo per cui ne avevo rifiutato uno io qualche anno prima.
Era vero che lei si era sentita davvero realizzata quando aveva parlato in tedesco con il titolare della società svizzera che le spiegava le modalità del lavoro, ma era anche vero che andare a lavorare dall'altra parte della città con degli orari piuttosto duri non era una cosa positiva. Il tempo era una motivazione essenziale per quella sua vita: dalle otto di mattina alle otto di sera, dove sarebbero finiti i libri, la comunità, le traduzioni?
"Hai ragione tu, Paolo. Non me la sono sentita di abbandonare tutto questo. Non importa, troverò qualcos'altro", mi disse al telefono il giorno in cui tutti pensavamo che lei fosse andata a Zurigo per completare l'assunzione.

* * *

Nonostante ne avessimo entrambi la possibilità, io e Laura non ci incontrammo mai al pomeriggio. Eravamo molto amici, indubbiamente, ma nonostante tutto ciò di cui parlavamo di solito, non mi sembrava che lei fosse in qualche modo più vicina a me che ad altri.

"E' comunque forse la prima volta che riesco a lasciare libera la ragazza che mi piace, a non pensare che lei può sfuggirmi se non le sto attaccato, come tutti gli altri. If you love somebody, set them free, si diceva: come se qualcosa mi dicesse che devo saper aspettare, per ottenere qualcosa. Per adesso ne sono convinto, anche se mi sforzo di non piangere. Abbiamo di nuovo parlato a lungo di tedesco, di letteratura, di persone, e poi spesso siamo stati lontani e io la osservavo da lontano; a volte ho anche avuto paura di intromettermi troppo nelle sue cose, e allora mi sono allontanato. Io ti voglio bene, Laura... ho pensato più volte di lasciare uscire queste parole. Sto davvero molto bene quando c'è lei. In questo momento la felicità è scrivere queste cose, pensare a lei e conoscersi di più. Non voglio che finisca" 5/12/94

Ce n'erano almeno tre o quattro di tizi che andavano dietro a Laura, negli ultimi tempi. Oltre a Michele, infatti c'era un piccolo numero di ragazzi che veniva nella nostra compagnia praticamente solo quando si vedevano ragazze nuove: io non penso di averli mai considerati miei amici. Ricordo che a turno, ognuno di loro prendeva Laura in disparte e le proponeva di volta in volta una festa, una cena e così via. E Linda, la sua amica, era molto contenta di questo andazzo, in quanto le piaceva fare la parte della ragazza contesa e trascinava Laura in questo giro.
Io ero fermamente convinto che Laura si trovasse bene con me, anche se non ero l'unico suo amico, e pensavo che prima o poi avrei rappresentato qualcosa di speciale per lei: per questo, e anche per la mia indole, non mi inserivo nella mischia dei suoi contendenti. Avevo la sensazione che Laura fosse una ragazza coerente, che difficilmente avrebbe deciso di uscire con uno di quei ragazzi che, per come li conoscevo io, non avevano nulla in comune con lei né la attraevano in particolare.
"In fondo, se lei preferisce Michele a te, non ti merita", dicevano in compagnia quando mi vedevano un po' giù. Però parecchi tra i miei amici facevano comunque il tifo per me e speravano che alla fine io riuscissi a conquistare Laura, come quella sera in cui c'erano da una parte Laura e Linda che volevano andare a tutti i costi a ballare, mentre gli altri della compagnia erano più propensi ad una semplice birreria. Giorgio mi prese da parte e mi disse "Vai con loro, che t'importa del resto...", e lo ripeté più volte, vedendomi titubante. E alla fine io salii sulla macchina di Laura e tutt'e tre andammo in discoteca.
Ballare era una cosa che a me piaceva moltissimo e che piaceva molto anche a Laura. In effetti questo lo si era scoperto solo dopo qualche tempo (io dalla prima impressione non l'avrei immaginato) e, come ho già detto, molti consideravano questa sua voglia di ballare come un puro senso di esibizionismo, inculcatole da Michele, Linda e altri.
Resta comunque il fatto che in quelle ultime settimane del 1994 io e Laura andammo spesso a ballare, insieme ad una parte della comitiva. Di solito c'erano, fissi, tutti quelli che le ronzavano intorno, Michele in testa; poi, alcune ragazze, come Linda e anche Simona. E tutte le volte finiva che, dopo due o tre ore, io e Laura rimanevamo ultimi rappresentanti del nostro gruppo in pista. Sia Michele che Linda non ballavano molto: per loro la discoteca era sinonimo di incontri a sfondo erotico, e ognuno sfoderava le proprie armi migliori ai bordi della pista.
Laura invece non dava granché retta agli eventuali avventori delle discoteche: sembrava credere davvero che tra la gente da discoteca non ci fosse la sua anima gemella, e allora si impegnava fino in fondo nel ballare. Quando mi vedeva fissare qualche ragazza della pista, mi diceva: "devi imparare da Michele, lui balla così (mimandolo) per attirare le tipe". Non sapevo se ringraziarla o meno per questi suggerimenti, ma comunque li prendevo per buoni.
Andammo davvero parecchie volte in discoteca, sia a dicembre che a gennaio. Laura sembrava instancabile e, per quanto non lavorasse ancora, faceva tardi tutte le sere e aveva sempre voglia di uscire... tranne una volta, in cui disse di non stare molto bene e di non volere quindi andare a ballare.
"Credo di aver finito le batterie..." disse. Quando poi, dopo qualche giorno, tornammo in discoteca e lei ebbe di nuovo una crisi di stanchezza, ci rimase male. Diceva: "non capisco... voglio dire, Paolo, a noi ballare ci fa bene... dovrei essere già guarita". Lei mi aveva ormai preso per un instancabile ballerino, magari un po' fuori ritmo ma comunque un altro che andava in discoteca per ballare sul serio!
In realtà io stavo quasi per esaurire la mia carica discotechereccia: era ed è tuttora vero che ballare mi piace, ma non due volte a settimana. In compenso la tensione per Laura saliva di giorno in giorno, e nei giorni precedenti il Natale, quando si usciva tutte le sere, cominciavo a sentirmi sempre più inquieto. Bastava poco a trascinarmi dall'euforia di una serata in discoteca con Laura e gli altri alla tristezza della sera dopo in cui Laura era stata invitata a cena da qualcuno.

"E' ogni giorno + difficile continuare a studiare tedesco, nonostante stia andando bene, per la "solita" paura che quando gliel'avrò chiesto e lei mi avrà detto di no, esso diventerà un brutto ricordo come tanti altri. Devo resistere a questo sentimento perché comunque sto facendo una cosa utile per me."

Tutto quello che facevo era ormai legato a Laura. Capodanno, la messa di Natale, ma anche i clienti e i loro indirizzi, andare a donare il sangue: in tutto ciò che facevo spuntava Laura. E se una sera lei non mi stava vicina io ci rimanevo male, e non bastava che il giorno dopo ci sentissimo per organizzare la serata successiva.
La vacanza stessa di Capodanno, organizzata con notevole dispendio di energie in quel di Cervinia, ad un certo punto mi sembrò una cosa insulsa.
Sulla carta eravamo otto buoni amici, di cui due ragazze, ed andavamo per farci qualche giorno sugli sci. Ma un venerdì mattina, quel venerdì mattina che ancora oggi brucia perché la sera prima avevo visto di sfuggita Laura, elegante e carina come non mai, andare ad una ridicola festa (a cui era stata invitata dal ridicolo Enrico), pensai che per me era come recarmi al patibolo. Andavo in montagna con una coppia e due loro due amici, Simona (la mia ex), un uomo dai princìpi morali inesistenti che per di più non mollava la mia Laura, e Laura stessa; e, a breve, sarebbero arrivati altri due del loro giro. Mi convinsi che a Laura interessavano tutte le feste del mondo, ma non io, e che quindi non c'era motivo di andare via con loro. E lo dissi chiaramente ad alcuni, la sera stessa.
Ma come riesce ad essere importante la voce della ragazza a cui si vuole bene, quando il futuro appare cupo e privo di significato. Laura mi telefonò alla cinque e mezza di sabato per chiedermi "perché mai io non volessi più andare in montagna": quel momento mi sembrò davvero magico, perché per la prima volta lei mi chiedeva espressamente di esserci... e mi aveva telefonato apposta quando ormai io non mi aspettavo più di ascoltare ancora la mia Laura.
E, una settimana dopo, a Natale, Laura mi chiese se la potevo passare a prendere per andare insieme alla messa di mezzanotte, nella chiesa del quartiere dove ci incontravamo sempre con tutta la comitiva.
Dopo di quel famoso sabato, ovviamente non feci più caso a che cosa Laura facesse, vuoi per la sua indole buona verso tutti gli amici, vuoi per assicurarsi le sue serate di divertimento in compagnia di chiunque le stesse un po' dietro. Avevo superato quei giorni di crisi e messo da parte quello stato d'animo. Sembrava che le cose si fossero rimesse a posto, che ormai lei immaginasse quello che io provavo per lei, e che di lì a poco probabilmente ci saremmo messi insieme: e, quando avevo dei dubbi su di lei, li respingevo dicendo "no, lei non farebbe mai una cosa simile: se dice che ci va solo per passare una serata in compagnia di amici, io le credo".

Capitolo 4

"Parlando con Giovanna, di Fabio e di me e Laura. Lei cerca di farmi coraggio, dicendomi che il suo mitico amico alto e grosso è un buzzurro inadatto a Laura, che Michele è insignificante e che non sempre quelle a cui piacciono i tipi alti si mettono poi con loro..." 31/12/94 ore 23:00

Capodanno giunse dopo tre giorni in Valle d'Aosta, passati per lo più sugli sci e in discoteca. La convivenza con gli altri fu positiva e migliore del previsto, e io e Laura ci trovammo piuttosto bene insieme da mattina a sera. Per Capodanno ci raggiunsero altri amici e altre amiche, tra cui Fabio, Giovanna e due loro colleghe. Mi ero imposto di non stare più a tenere i conti degli spasimanti di Laura come avevo fatto negli ultimi giorni a Torino prima di Natale: soltanto talvolta mi rendevo conto che qualcuno esagerava davvero nel ronzarle intorno. Come quando Enrico approfittò subdolamente del fatto che io mi ero alzato per pochi istanti dal tavolo, prima che la cena incominciasse, e si incastrò sul divano tra me e Laura. "Siamo veramente ridicoli... certe volte", pensavo. Bastava però che Laura mi chiamasse una volta, scavalcando quel tipo, perché tutto passasse con un sorriso.
Per me era come se stessimo già uscendo insieme: di qualsiasi cosa si stesse parlando, io mi sentivo come sintonizzato con Laura e se mi rivolgevo a lei trovavo sempre una sua risposta anche magari su discorsi che potevamo capire solo noi.
Sciavamo tutto il giorno, insieme a gruppetti. Per quanto riguarda le serate, io avevo seguito in discoteca Laura e Michele un paio di volte: non avevo la forza né la volontà di fare sempre tardi ballando, per poi andare l'indomani a sciare per ore al freddo glaciale di quelle montagne. Michele compì le sue missioni con le tipe del luogo e anche lì Laura fu la sua consulente, scrivendogli le cartoline, tenendogli la contabilità in maniera da non scrivere le stesse cose alle sue diverse amanti. Ci scambiavamo solo più delle occhiate, io e Laura, quando capivamo che Michele stava facendo qualcosa di ridicolo per il senso comune.
Durante la notte di Capodanno io avevo sviluppato un tremendo raffreddore, da me imputato in parte al freddo e in parte allo stress della festa: questo aveva contribuito alla mia stanchezza e così avevo deciso di non continuare la nottata in discoteca come, invece, Michele, Laura, e altri due avevano deciso di fare. L'indomani, poi, non stavo affatto meglio: decisi quindi di limitarmi a stare in casa e, per quello che non mi sembrò più un semplice caso, Laura fu l'unica altra persona a stare a casa con me.
"Non ce la facevo proprio stamattina, ad andare a sciare... Sono passati a chiamarci alle sette e mezza, ma io gli ho detto che dovevo dormire", mi spiegò quando ci incontrammo, verso le undici e tre quarti.
"Che ora avete fatto stanotte?" le chiesi, riferendomi alla loro nottata in discoteca.
"Ah, siamo arrivati a casa alle cinque e qualcosa... no, erano quasi le sei"
"Be'... ti capisco. No, io invece non stavo tanto bene già ieri sera e adesso sento parecchio freddo"
"Non stai bene? Ma hai fatto colazione?"
"Sì, sì... ma non ho fame, ho solo bevuto un the. Non credo di pranzare."
Laura mi guardò un attimo pensierosa, poi proseguì: "Guarda, neanch'io ho fame... ti va se prendo un po' di quelle "schifezze" che sono ancora di là in cucina e ne sgranocchiamo qualche pacchetto?"
"Sì, va bene", risposi con un brivido di freddo. Cercai poi di farmi forza e raggiungere la televisione, e mentre giravo tra i canali mi venne in mente che era l'ora del concerto di Capodanno, che da parecchi anni non vedevo. Anche a lei parve una buona idea. Così, per l'ennesima volta, io e Laura ci ritrovammo insieme a parlare di terre tedesche, nella fattispecie di Vienna.
In quel momento la casa era completamente nostra... era la nostra casa e, come avevo immaginato pochi giorni prima di Natale, io e Laura stavamo guardando i titoli in tedesco dei classici che l'orchestra di Vienna stava suonando, e discutevamo delle parole e della storia che vi stava dietro.
Eravamo tutti e due seduti sul divano, con i piedi appoggiati alle sedie... le mani vicine sul divano, che ogni tanto si muovevano per raccogliere patatine o arachidi. Sarebbe stato un buon momento per parlarle, ma in quel momento non ce n'era bisogno: eravamo soli io e lei, non c'era nessun Michele o nessun altro infiltrato, e quella ragazza in quell'atmosfera riempiva tutto il mio cuore. Laura era già una parte di me, come quando, a fine pomeriggio, io decisi di andare a letto perché stavo piuttosto peggio e allora lei mi misurò la febbre appoggiando una mano sulla mia fronte. Poi mi preparò un the caldo e mi portò lo stereo vicino al letto affinché non restassi da solo mentre lei e gli altri andavano a trascorrere l'ultima serata in giro per il paese.

"Dovrei scrivere di quanto sono innamorato di Laura, ora? L'ho trovata tanto carina, al cenone, ma anche in pigiama o con i capelli raccolti... e tanto dolce, quando mi parlava di Vienna o quando mi chiedeva se avevo la febbre. Ed ho patito tanto, nel vedere Michele, Simona, Enrico starle attaccati e tenerla lontana da me... ed ogni volta il suo viso e la sua serietà mi rassicuravano e mi facevano capire che un pizzico di importanza ce l'ho anch'io, nella sua vita." 2/1/95

Tornando a Torino, il gruppo costituito da noi che avevamo passato insieme la vacanza divenne molto affiatato. Ci sentivamo spesso e ci trovavamo davvero bene, come se quell'esperienza ci avesse arricchiti: tutti avevano voglia di fare e di organizzare, e naturalmente Laura era la prima ad organizzare cene a casa sua e serate in discoteca.
Questo forte legame che sembrava unire tutti i vacanzieri di Capodanno, unito ai classici resoconti che tutti amano fare ai propri amici al ritorno dalle vacanze, mi spinsero a scrivere un altro dei miei raccontini: l'idea mi era venuta parlandone con Claudio, che mi aveva suggerito di annotare i momenti più divertenti della vacanza per poi farne una storiella.
Mi misi a scrivere una settimana dopo il ritorno a casa e, per quando terminai, scoprii che anche Laura si era messa a scrivere un racconto analogo.
"Allora il computer non lo usi solo per le traduzioni!" le dissi, piacevolmente sorpreso, una delle tante sere in cui lei mi invitò a casa sua per sistemare davanti al monitor gli ultimi dettagli del suo scritto.
Laura mi fece vedere che aveva già scritto, in passato, anche delle cose per sé e per amici... e, curiosando, trovai anche delle cose più personali, tipo curriculum e lettere in lingua tedesca.
Quando entrambi i racconti furono terminati, io e lei passammo un intero week-end a farli leggere in giro.
"Ecco... questo è il mio e questo è quello di Paolo: sono molto simili, solo che il suo è più in chiave ironica e il mio (come dice lui) è più serio". Così Laura presentava i due raccontini in giro: e fui molto sopreso quando, arrivando un giorno a casa sua, la madre mi fece i complimenti per quello che avevo scritto. "E' stupendo", pensavo, "lei mi ha fatto tornare a leggere libri, e io l'ho portata di nuovo a scrivere."

* * *

Dopo le domeniche di dicembre trascorse spesso in centro in giro per i negozi, a gennaio il freddo ulteriormente incrementato ci costrinse a stare sempre al chiuso dei cinema o delle cremerie. E diverse volte ci trovammo da Laura o da Linda, nel tardo pomeriggio, per i preparativi della cena: l'elemento costante in questi casi ero io. Mentre con Michele continuavo a non avere alcun rapporto, Linda avevo incominciato a considerarla un po' di più, probabilmente perché stava sempre con Laura.

"Volevo prendere Linda e parlargliene... poi volevo parlarne a entrambe... poi non ce l'ho fatta. Adesso che ogni momento potrebbe essere buono, non trovo più la stessa serenità di Cervinia e di altre volte."

Passarono 22 giorni di gennaio tra cene, sciate, feste, telefonate. E con Linda non ebbi mai occasione di parlare di Laura: ancora adesso non sono sicuro che sia stato un male, perché probabilmente non sarebbe cambiato nulla. Parlare con Linda era per me del tutto inutile.
Né ebbi mai il coraggio di parlare a Laura, nonostante le tante serate passate insieme.

Epilogo

"Ti ricordi, Maurizio, ti avevo detto di quei fiori che avevo preso per Laura..." dissi al mio socio, nonché collega e amico, un freddo mattino di fine gennaio.
"Si, Paolo, me ne hai parlato venerdì scorso... cioè, due venerdì fa. E allora, che cosa hai fatto, non glieli hai più mandati? Avrebbero dovuto arrivare la settimana scorsa... o hai deciso di lasciar stare? Che stress, con 'sta storia! Ma come fai a vivere così... io non ci riuscirei!" disse lui.
"No, no, i fiori glieli ho mandati... ma non mi sono firmato. Le ho solo scritto che era un regalo da un piccolo cuore per una ragazza stupenda... va be', insomma, che sono innamorato di lei"
"Cosa? Ma perché... se mi hai detto che dopo Capodanno vi siete sentiti tutti i giorni, che ormai siete quasi una coppia felice?"
"Be', questo l'hai dedotto tu... in realtà tutti quelli che le giravano intorno a dicembre sono ancora nei suoi paraggi, e allora... sai com'è... non mi sentivo per niente sicuro..."
"E' questo il problema", mi interruppe Maurizio, "devi credere un po' di più in quello che fai quando ti piace qualche ragazza. Adesso, l'ideale è che tu vada da lei a dirle chiaramente che vuoi uscire con lei."
Esitai. "Ehm... non credo che sia più possibile, Maurizio. La settimana scorsa le ho poi mandato un altro biglietto, sempre senza nome... e ieri e sabato lei non mi ha salutato. Non... non capisco: io credevo che fin dal primo avrebbe capito che si trattava di me, e infatti già mi batteva fortissimo il cuore domenica scorsa perché pensavo che venisse a parlarmi di quelle rose, di me e lei"
"Invece..."
"Invece non ha detto niente, anzi ha chiesto a tutti chi potesse essere quell'ignoto ammiratore, come lo ha chiamato Linda, che le mandava delle rose... Si sono messe in disparte a fare la conta dei baccagliatori da settembre ad oggi. Se non altro, ha detto che il colore rosa era quello che preferiva e che le sono piaciute. Allora ho pensato che con un altro biglietto sarebbe stato definitivamente chiaro..."
In quel momento mi tornò in mente il volto di Laura mentre mi pronunciava l'unico "ah..." di sabato e domenica, e le parole mi si strozzarono in gola.
"Non mi ha più parlato, anzi sabato sera è stata poco con noi in compagnia, e poi se n'è andata. Invece ieri mi ha solo risposto male quando le ho detto che avevo trovato gli orari di quella mostra che le sarebbe interessato visitare... e poi basta. Poi mi hanno detto che ce l'aveva con me perché le avevo fatto quel tiro dei fiori..."
Maurizio rimase per un po' in silenzio.
Io non sapevo che cosa dire... da lui mi aspettavo solo che mi dicesse qualcosa, o che per lo meno mi proponesse di fare qualcosa che mi avrebbe distratto da quei pensieri ancora così confusionali...

* * *

Avevo perso tutto... nella maniera più assurda, ossia facendole un regalo che, pur gradendo, lei aveva preso per un insulto, una presa in giro: da parte, e questo mi appare incomprensibile ancora adesso, del ragazzo che le era andato dietro il più discretamente possibile negli ultimi cinque mesi.
"Stupido, capisci, stupido... è proprio stupido..."
Dev'essere così che Laura mi ha definito, parlandone con Linda o con Claudio, quando ha capito chi le aveva mandato quei regali. Eppure in quel momento mi sembrava la cosa più logica da fare per non passare un altro lunedì sera da lei a dirle qualcosa come "mi piacerebbe uscire con te".
E ancora adesso, quando ripenso alle atmosfere nebbiose di Cervinia, alle canzoni che ascoltavamo in quello chalet, alle volte che abbiamo preso la seggiovia insieme, alle colazioni con la nutella ed il caffè tedesco, alla sua mano vicina alla mia davanti al "Schönen Blauen Donau" del concerto di Capodanno, mi tornano le lacrime agli occhi. Non sarebbe dovuta finire così... ci credevo davvero tantissimo.

* * *

G.Dar 6/6/95




LE COSE IN COMUNE (Things we share)
di Dario Greggio

L'autore è nato a Torino il 5 Marzo 1967. Dopo aver conseguito la maturità scientifica nel 1985, ha frequentato per circa due anni la facoltà di ingegneria elettronica: successivamente è entrato nel mondo del lavoro, presso una grande azienda. Si occupa di elettronica e software per computer.
Ha scritto un racconto autobiografico, Ricordo di due sogni (A two dreams tale, 1987), e una "collana" di altri brevi racconti umoristici: Tre uomini e un down (1988), Frankie goes to Leningrad (1990), Installazione fatale (1991) e Installazione fatale 33 1/3 (1994), Alicja e la lunga strada della Polonia (1994), Mai dire Deux Alpes (1995), Un portinaio a Beverly Hills (1995). Segnaliamo anche In viaggio con Papà (1990, incompleto).
Di ispirazione fantascientifica troviamo inoltre La sfera di bit (1991), e Giorni a ritroso, un altro romanzo tuttora in lavorazione.
Attualmente vive e lavora a Torino.