Promesse
Prima edizione: Aprile 1999
Seconda edizione: Dicembre 2001/Giugno 2002
28/03/2003 23.26
http://www.geocities.com/adpm99/racconti
All’altra metà di me stesso… al mio alter ego.
Capitolo 1
As around the sun the Earth knows she's revolving
And the rosebuds know to bloom in early May
Just as hate knows love's the cure
You can rest your mind assured
That I'll be loving you always
Until the rainbow burns the stars out in the sky (ALWAYS)
Until the ocean covers every mountain high (ALWAYS)
Until the day that 8x8x8 is 4 (ALWAYS)
Until the day that is the day that are no more
Davide
"Toh! Guarda…" esclamai improvvisamente ad alta voce,
rompendo il silenzio della tranquilla cucina di casa mia.
Mi ero messa a sfogliare quel vecchio diario perché avevo bisogno dell’indirizzo
e del numero di telefono di una mia amica… una cara amica, che abitava a
Genova… almeno, ci abitava qualche anno prima. Era parecchio tempo che non
la sentivo, ma ci conoscevamo da tantissimo e per un lungo periodo ci eravamo
tenute in stretto contatto.
Non vedevo l’ora di annunciarle che tra quattro mesi mi sarei sposata!
Ma non mi aspettavo di trovare quella dedica di Davide in mezzo a quelle
pagine: che tenero… Strano, ero convinta di aver raccolto tutte le sue frasi,
le sue poesie, i suoi biglietti di auguri in un… sì, in un album porta-foto,
che pensavo poi di completare con le foto del matrimonio.
Qualche volta ho delle idee strane… sì, me lo dicono in molti.
Ma c’era una spiegazione: le parole di Davide erano la cosa che più mi
affascinava di lui… più dell’aspetto fisico o dei suoi occhi… Beh, i suoi
occhi verdi in realtà mi facevano e mi fanno tuttora un effetto molto strano
ogni volta che li guardo, anche perché variano dal verde chiaro al verde
smeraldo senza una logica precisa. E’ raro che io riesca a rimanere impassibile
se lui mi fissa… forse solo quando litighiamo mi sento parzialmente immune
dal suo sguardo.
Evidentemente quella dedica era rimasta lì per qualche motivo inspiegabile.
O forse, a pensarci bene il motivo c’era ed era piuttosto semplice: odio
le dediche riciclate! Cioè, intendiamoci: le parole di quella canzone sono
stupende e, nel caso mio e di Davide hanno un valore particolare: perché,
oltre ad essere stata la canzone di quando abbiamo cominciato ad uscire
insieme, adesso che avevamo deciso di sposarci era di nuovo molto in voga
alla radio, penso per merito di qualche giovane cantante che ne aveva fatto
una cover.
Però… Davide sapeva scrivere delle gran belle cose anche da solo. In quell’album
di cui parlavo prima ci sono una serie di poesie e frasi che mi fanno sciogliere
ogni volta che le leggo.
Doveva essere per questo che la dedica à la Stevie Wonder era rimasta
da parte… forse però… pensandoci… avrebbe meritato anche lei di essere inserita
nel dossier "Davide".
"Sì, credo proprio che gli farò questo ennesimo favore…" conclusi, sorridendo
tra me e me. "Eh, quel ragazzo non si rende conto della fortuna che ha avuto
ad incontrarmi!"
Così mi alzai ed andai verso quel cassetto della mia camera dove erano
archiviati tutti i frammenti del mio passato… diari, souvenir, regali… Be’,
Davide avrebbe detto "sepolti"… mi prendeva sempre in giro per il disordine
che secondo lui regnava ed aveva sempre regnato in casa mia.
Certo, in parte aveva ragione… non ero mai stata una maniaca dell’ordine
casalingo, forse per un’insofferenza nei confronti della mia famiglia e di
mia madre che aveva sempre cercato di infondermi una serie di valori da
brava moglie… e men che meno ero particolarmente ordinata nel conservare
e sistemare le mie cose… Se poi mi confrontavo con lui chiaramente venivo
surclassata, perché l’ordine mentale e materiale di Davide era qualcosa di
mai visto.
Comunque, soprattutto dopo averlo conosciuto un po’ meglio, mi ero resa
conto di potermi perlomeno avvicinare a lui.
- Be’, dai, non faccio tanto casino… per essere una donna, voglio dire,
non vado tanto male – gli avevo detto un giorno, e lui mi aveva dato ragione.
Sarà forse perché uscivamo già insieme? No, non credo… ma poi, non importa…
A volte trovo più grave il fatto che tutti quei valori inculcatimi dalla
mia famiglia… da mia mamma… adesso, da quando siamo in vista del matrimonio,
li sento molto più importanti per me.
Sì… sarà l’amore…
Per prima cosa estrassi dal cassetto l’album porta-foto
e… come sempre, sospirai al pensiero che presto avrebbe svolto il ruolo per
cui era stato progettato.
Vi inserii l’ennesimo foglietto, cercando di rispettare vagamente l’ordine
cronologico.
Poi tirai fuori alcune scatolette, quelle a forma di pacchetto regalo:
dovevano essere piene di… non so, in quel momento non riuscii ad immaginare
esattamente che cosa ci fosse dentro… Mi ripromisi di riprendere in mano
il caso uno dei giorni seguenti.
Quindi arrivai ai diari, per approfondire la ricerca di quel numero di
telefono.
Monica Gattico, II B
Pazzesco… A volte non mi ricordavo neanche più di avere
ancora, oltre alle informali agende degli anni più recenti, i diari di scuola,
così colorati, alcuni anche profumati! Era stata una mia compagna di classe,
credo in terza o in quarta liceo, che mi aveva insegnato a mettere qualche
goccia di profumo sulle pagine più importanti… e, devo dire, si sentiva ancora…
Com’è immediata la sensazione che ti porta un profumo… In pochi istanti
sfogliai rapidamente uno di quei libretti e sorrisi: mi tornarono in mente
i volti dei miei compagni di classe… Sì, doveva essere la terza, la gita
a Roma, Simona, Silvia… Francesco. Sorrisi ancora, pensando "quanto tempo!"
Richiusi quelle pagine, e continuai ad estrarre agende, fino a che il
pavimento della camera fu completamente ricoperto. A quel punto mi sentii
obbligata a dare una pulita all’interno del cassetto: era il tipico caso
del cassetto accumula-polvere, che non avevi mai voglia di pulire perché
a svuotarlo ci voleva mezz’ora, e poi era pesantissimo… Una volta, quando
abitavo ancora con i miei, mi ricordo che tutto quel materiale si trovava
in uno scatolone appoggiato su uno scaffale molto alto… be’, sì, io non
sono una stangona… comunque, probabilmente per colpa di quelle scarpette
che avevo ai piedi quel giorno, stavo scivolando dalla scala e per poco non
mi cadeva tutto addosso…
Aveva provveduto mio papà a salvarmi, per fortuna! Già, il mio papà… Memore
dell’accaduto, avevo poi deciso che sarebbe stato meglio sistemare il tutto
in una posizione più accessibile.
Diedi una spruzzata di detergente, poi con uno straccetto
restituii il bianco all’interno del cassetto e, mentre c’ero, diedi anche
una passata alle copertine dei diari.
Successivamente riposi al suo interno quelli relativi agli anni più remoti
e i vari astucci, e mi preparai a portare in cucina soltanto quelli che parlavano
degli ultimi sei anni… Accidenti, ogni volta che ripensavo a quanto tempo
era passato da quando avevo conosciuto Davide mi stupivo: alle volte mi
stupivo perché pensavo fossero soltanto due o tre anni, alle volte, invece,
mi sembrava di più… Penso dipendesse dal fatto che il nostro rapporto aveva
avuto una gestazione molto lunga.
Tornai quindi in cucina e…
Mi ci erano voluti tre giri per trasportare il tutto, quando improvvisamente
mi resi conto che era tardissimo!
Entro un quarto d’ora sarebbe arrivato Davide per portarmi a cena… e io
dovevo ancora prepararmi!
Per fortuna lui arriva sempre un po’ in ritardo… cioè, di solito non gli
dico che è una fortuna: devo pur mantenere una piccola posizione di femminile
vantaggio nelle cose quotidiane…
La mia amica Irene avrebbe dovuto aspettare: avrei potuto continuare a
cercare il suo numero di telefono solo l’indomani.
Capitolo 2
L’indomani mattina mi misi ad affrontare la questione "diari".
Sveglia di buona lena, una colazione rapida ma completa...
La notte mi aveva portato consiglio… e non solo lei, a dire il vero.
Avevo deciso che avrei sfogliato ogni singola pagina di quelle raccolte,
da… da almeno dieci anni fa ad oggi, perché stavo per cambiare vita, stavo
per fare qualcosa che avrebbe modificato sensibilmente la mia esistenza e…
in pratica volevo fare un resoconto… una carrellata su quello che era stata
la mia vita fino ad allora, per poter poi guardare serenamente al futuro.
Futuro che, fondamentalmente, avrebbe significato avere un figlio. E avevo
bisogno di essere davvero serena, visto che il mio lui non lo era molto,
relativamente a quest’idea.
Davide era stato comunque l’altro elemento che mi aveva
portato a prendere la decisione di dare uno sguardo retrospettivo alla mia
vita. La sera prima avevo infatti commesso l’errore di lasciare in giro quel
malloppo di ricordi e lui, entrando in casa mia, li aveva subito notati.
Sapevo che sarebbe stato un errore: Davide era sempre stato preoccupato
dalla mia abitudine di raccontare e annotare la mia vita per filo e per
segno, giorno per giorno…
Più che preoccupato, era come spaventato, incuriosito. Eppure non gli
avevo mai nascosto nulla… né all’inizio, quando ci conoscevamo appena, né
negli anni successivi, né tanto meno da quando uscivamo insieme. E poi,
era stato proprio grazie a lui se ad un certo momento avevo ritrovato la
gioia di vivere che per un po’ avevo creduto fosse andata perduta per sempre:
Davide sapeva ogni cosa di me… da sempre.
Eppure… come una forma di gelosia dura da estirpare, anche se lui non
era quel tipo di ragazzo… ogni volta che si toccava quell’argomento erano
scintille: tanto che io ero preoccupata per dove avrei potuto sistemare
quel cassetto una volta che fossimo andati ad abitare insieme. Avevo già
pensato di prendere una cassetta di sicurezza in banca!
Sapevo quindi bene che lasciare che Davide mi vedesse intenta nello sfogliare
quei diari avrebbe, almeno parzialmente, rovinato la serata ma… non avevo
proprio avuto il tempo di toglierli di mezzo.
Mi ero fatta una doccia, mi ero asciugata in tutta fretta, poi ero corsa
a vestirmi e… sai quando ti sembra che sia tutto fuori posto? La gonna che
avevo deciso di indossare sembrava essersi stinta… era diventata di un colore
strano e nessun paio di calze pareva essere adatto… un’altra gonna era tutta
spiegazzata perché… era rimasta appesa in malo modo ad una sedia per chissà
quanto tempo. Non mi sentivo in serata da pantaloni, così, dopo qualche altro
tentativo, trovai una combinazione plausibile. Quando poi mi stavo truccando
aveva suonato Davide, e così non avevo potuto nemmeno distrarlo dal bersaglio
che i suoi occhi avevano subito inquadrato.
Ci avevo pensato solo dopo, ma il fatto che non riuscissi a trovare nulla
che mi piacesse mettermi addosso era un velato suggerimento del destino:
avrei dovuto accoglierlo in reggiseno e mutandine… così forse avrei guadagnato
tempo…Forse, certo… pensare che sulle prime avevo pensato che fosse
gay… o quantomeno strano.
* * *
Nel 1992 uscivo con Giuseppe. Be’, vediamo… con Giuseppe
sono uscita per un po’ più di due anni.
Avevo ventidue anni quando l’avevo conosciuto ad una festa… una di quelle
feste universitarie che, secondo la mia personale esperienza, vanno ritenute
responsabili di aver spezzato una quantità impressionante di cuori femminili,
oltre ad aver fatto rischiare gravidanze indesiderate ad una serie di ragazze
ignare di avere di fronte improbabili ingegneri… la cui esperienza con le
donne era molto inferiore alla loro capacità di applicare alla pratica i
concetti che studiavano… il che è tutto dire!
Per inciso, io non rientrai comunque in nessuna delle due categorie.
A quell’epoca lavoravo con discreta soddisfazione in uno degli ipermercati
che erano stati da poco aperti nella prima cintura di Torino. Avevo terminato
le scuole superiori da un paio d’anni e, dopo aver dato qualche banale ripetizione
di inglese (per quanto il mio diploma di perito aziendale mi potesse consentire)
ed aver vagato nell’indecisione tra continuare gli studi oppure cercarmi
un lavoro… alla fine ero giunta alla conclusione che non potevo semplicemente
"sposarmi, possibilmente uno ricco, e fare la casalinga" come mia madre e
diverse sue amiche prospettavano.
Così avevo accettato quel lavoro all’ipermercato, non senza qualche critica
da parte di mia mamma. In effetti era un po’ lontano da casa mia, che abitavo
quasi in centro, e poi era anche un po’ riduttivo: ero partita per fare la
segretaria o la contabile, e presto ero finita alla cassa. Sì, ero molto
giovane ed ero convinta che in quella realtà o in un’altra avrei fatto qualcosa
di più gratificante, in futuro, però…
Di continuare a studiare non avevo molta voglia, anche se imparare cose
nuove non mi dispiaceva, anzi… Nelle medie e nelle superiori ero sempre
stata piuttosto attenta, disciplinata e studiosa. Me la cavavo abbastanza
bene in tutte le materie… sì, in effetti dedicavo molto tempo allo studio,
e i miei erano sempre pronti ad aiutarmi. Si calavano perfettamente nella
parte: era come avere due maestri, anzi, due professori, a casa mia, tutti
per me!
Mia madre, che insegnava all’epoca in una scuola media (adesso è in pensione),
era molto appassionata di scienze e fisica come una novella Maria Curie e
tentava di convincermi ad intraprendere una strada di studi scientifici;
mio padre, invece, sulla carta un semplice impiegato di banca, mi aveva sempre
spinto verso la lettura… libri classici, romanzi, autori inglesi, tedeschi,
irlandesi, del ‘500, dell’800, contemporanei. Tranne che in occasione del
mio compleanno, momento in cui si inventava sempre qualcosa di originale,
ogni pretesto era buono per regalarmi un libro.
Ma… sarà forse stato per un senso di saturazione che, arrivata a quindici-sedici
anni, provai un irrefrenabile desiderio di cambiare.
Di solito si pensa che sia più una prerogativa dei maschietti tentare
di capovolgere il mondo, la famiglia e la propria vita al raggiungimento
della pubertà: be’, a me capitò qualcosa di simile, ma senza scontri o liti
di sorta. Conoscendo pian piano il mondo, mi resi conto che c’erano anche
altre cose importanti, nella vita, e che, per poterle vivere, siccome la
giornata è comunque fatta di ventiquattr’ore, bisognava sacrificare qualcosa.
Bisogna dire che a rendere meno critica questa transizione
contribuimmo sia io sia i miei genitori. Io non mi impuntai mai… cioè, quasi
mai… e pian piano ritagliai un mio spazio all’interno della mia casa, della
mia vita, che andò riempiendosi di amicizie, di sogni, di locali… più serali
che notturni… e, dal canto loro, i miei si adeguarono rapidamente ai cambiamenti.
Mia mamma passò con notevole senso pratico dal rapporto madre-figlia a
quello donna-donna… be’, donna… entro i limiti che ora, alla veneranda età
di trent’anni, posso ben scorgere e valutare… e mio papà si dimostrò un perfetto
equilibrista nel tentativo di non essere un burbero e restrittivo tutore
ma al contempo di consigliarmi e mettermi in guardia dalle cose che avrebbero
potuto farmi del male.
Mi ricorderò sempre di quella volta che, in procinto di partire per Parigi,
in quinta, mi fece un succinto quanto preciso quadro della situazione.
"Dai, Monica, dobbiamo correre in stazione altrimenti non arrivi in tempo
per la gita dove, sicuramente, perderai il portafoglio, i documenti, il fegato
e la verginità… be’, se invece perdi il treno, non perdi tutto il resto…"
E mia madre ci guardò sorridendo, seppur tradendo una vaga preoccupazione.
C’è da dire che, a differenza di altre mie amiche, non
passai tutte quelle esperienze... così, in generale… che tante altre fanno
in quell’età... Mi ripetevo che andare per gradi, senza scioccare la mia
famiglia né me stessa, sarebbe stata la cosa migliore: sicuramente ci sarebbe
stato un tempo per vivere le cose da grandi, al momento giusto, senza avere
fretta e...
In realtà, il modo e il tempo con cui quelle esperienze… la grande compagnia,
le notti folli in discoteca, l’amore che ti fa perdere la testa… si presentarono
a me sarebbe stato, anni dopo, molto più cruento e doloroso di quello che
forse avrebbe potuto essere se fosse accaduto nell’età… sì, nell’età media
in cui le ragazze… le persone vivono tutto ciò.
Ma andiamo avanti.
La cosa che più mi fa sorridere di quegli anni delle superiori è l’attaccamento
maniacale che sviluppammo per gli zainetti, i portapenne…
Quanto stressai mia mamma… anzi, quanto stressammo le nostre mamme io
e Simona: ogni volta che una di noi due vedeva qualcosa di carino alla televisione
o magari sul banco di qualche compagna di classe correva a dirlo all’altra
e automaticamente il pomeriggio stesso o l’indomani ci si metteva in cerca
del negozio dove poterla comperare.
Mettemmo a dura prova le nostre limitate paghette adolescenziali. Cioè,
il problema non era tanto un problema di soldi: le nostre famiglie non navigavano
nell’oro, ma si potevano considerare vagamente benestanti (come odierebbe
questo termine Davide!)… quanto piuttosto il fatto che eravamo decisamente
monotematiche nell’indirizzare le nostre passioni.
Infatti le nostre mamme erano pienamente comprensive nei confronti del
fatto che… sì, insomma, che a quell’età ci si riempisse la testa di idoli,
si seguisse qualsiasi moda, ci si volesse identificare in qualche modo… Solo,
esse facevano fatica a comprendere la cultura del jeans firmato, dello zainetto
di marca identico a quello del mercato che però "faceva tendenza"… e trovavano
duro entrare nelle nostre camerette e riscontrare quel nuovo tipo di tappezzeria
costituito dai poster dei cantanti o dei gruppi rock! Anche se, bisogna
dire, mia mamma ebbe spesso a fare apprezzamenti sulla bellezza di certi
pezzi di… ragazzi!
No, ho trent’anni… non devo più usare quel linguaggio… spero solo che
quando mio figlio (o figlia) avrà quell’età io saprò non dimenticare come
sono stata a sedici anni.
Il problema risiedeva quindi, essenzialmente, nel diverso modo con cui
noi (penso di poter parlare più o meno anche a nome delle mie coetanee) manifestavamo
questi nostri sentimenti. Mia madre sarebbe stata molto più felice di vedermi
vestita "come una signorina", come dicevano loro… mi avrebbe accompagnata
ovunque avessi desiderato, se io avessi voluto comprarmi delle scarpe col
tacco, dei vestiti seri, lunghi o corti che fossero… invece noi sfuggivamo
da tutto ciò, sembrava volessimo circondarci per lo più di oggetti, di miti
virtuali… sì, all’epoca non si usava questa parola, eppure calza abbastanza.
Anche i ragazzi, secondo me, vedevano se stessi in maniera simile: una
specie di paura di affrontare il proprio ruolo… chissà dove l’ho sentita
questa bella definizione! E, se dovessi esprimere un giudizio, direi che la
tendenza è andata accentuandosi con le nuove generazioni.
Sognavo di innamorarmi, provavo un’attrazione smisurata per certi ragazzotti
della TV e della musica, ma non concepivo minimamente l’idea di stare insieme,
fisicamente, con un ragazzo. Forse anche per quello eravamo sempre vestite
come maschiacci, con sobrie tute da ginnastica o i suddetti jeans firmati.
Mi ricordo che Simona la pensava esattamente come me… Ora che ci penso, mi
piacerebbe rivederla per chiederle se anche adesso la vede come me: per un
bel po’ ci siamo tenute in contatto, poi… adesso saranno quattro anni che
si è sposata… sì, aveva la mia età e quindi… Be’, da allora, da quell’addio
al nubilato a cui non mi divertii molto, per problemi miei, ci siamo viste
solo due volte, piuttosto rapidamente.
Devo chiamarla! Si era giurato di non allontanarci mai…
Comunque, forse per uno scherzo del destino… la prima volta
che baciai un uomo ero vestita davvero alla grande.
Uomo… be’, se così si poteva definire Francesco.
Indubbiamente il fatto che io mi fossi presentata con quel vestitino a
quella festa di compleanno doveva aver portato un po’ di chiarezza nelle
sue idee confuse…
Erano passati sei mesi, credo… dalla gita a Roma… sì, perché era autunno.
Eravamo compagni di classe dalla seconda, ne sono certa perché mi ricordo
che il primo anno non era con noi… anche se non mi sovviene molto altro della
seconda. In terza ricordo che era scoccata una certa simpatia basata su…
nulla: se penso a come vedevo e giudicavo i ragazzi all’epoca!
Non so… ci si vedeva prima di entrare in classe, poi nell’intervallo…
lui in genere faceva qualche battuta a me e Simona, di solito per il fatto
che eravamo sempre insieme. Tra tutti i ragazzi che ci giravano intorno…
oddìo, che cosa ho detto! No, non eravamo né particolarmente carine o appariscenti
né brutte… piuttosto normali, ecco… Intendevo dire che sembrava un po’ più
attaccato a noi degli altri nostri amici. Era uno di quelli che difficilmente
riuscivamo ad identificare: non capivamo se fosse più interessato a me o
alla mia amica, non sembrava fare parte di un gruppo di amici in particolare,
non abitava dalla parte della città da cui provenivano la maggior parte degli
studenti e quindi difficilmente lo si incontrava sui pullman.
Era forse questo alone di mistero che in qualche maniera mi intrigava,
perché per il resto non mi piaceva in modo particolare.
Ma durante quella gita sembrò nascere qualcosa di nuovo… da parte sua,
per lo meno. Era sempre con noi, che costituivamo un gruppo di ragazze in
numero variabile da due a cinque, in compagnia di alcuni altri compagni di
classe… no, cosa dico, come ho fatto a non ricordarmelo… Simona impazziva
per quel tizio dell’altra quarta e quindi spesso eravamo insieme al suo giro.
E Francesco arrivava, mi parlava, camminava a fianco a me… stavo bene
quando c’era lui anche se, dovessi ricordarmi di che cosa parlavamo, davvero
non ci riuscirei…
Tornammo a casa dopo cinque giorni e… ogni volta che ascoltavo quella
canzone degli Spandau rivedevo il suo volto e mi sentivo felice. E… doveva
essere lo stesso per lui, perché per un po’ di giorni continuò a telefonarmi…
Io ero contenta di sentirlo ma terrorizzata all’idea che mi chiedesse di
uscire da sola con lui… era anche il fatto che, non so, nella nostra città…
Boh!
In effetti io lo cercai una sola volta, più che altro spronata dalle mie
amiche… e dopo qualche tempo i nostri rapporti ridiventarono quelli di prima.
Ci rimasi un po’ male… non più di tanto in effetti: è vero, le attenzioni
che lui aveva per me… sentirlo vicino era stato bello, ma non mi sembrava
di provare nulla di più… e poi, ottimista come sempre, ero convinta che il
momento per essere felice sarebbe dovuto ancora arrivare… e che in quel momento
me ne sarei resa accorta.
Ma, nei mesi che seguirono, durante quell’estate ebbi comunque modo di
accorgermi che Francesco aveva davvero qualcosa di speciale che negli altri
ragazzi non notavo: dev’essere per quello che accolsi con malcelato entusiasmo
l’idea di andare a quella festa.
Fu una delle rare occasioni in cui io e Simona ci vestimmo in maniera
completamente diversa: infatti era stata sua l’idea di "presentarmi come
una principessa in mezzo a noi altre povere tapine", come disse lei d’accordo
naturalmente con mia mamma, in quei giorni che precedettero quel fatidico
sabato pomeriggio. Lei era convinta che tra me e Francesco ci fossero sentimenti
profondi pronti ad esplodere e che una piccola provocazione avrebbe fatto
sbocciare questo amore.
"Sei troppo timida, e sembra che fai la ritrosa…" mi diceva sempre lei
in quel periodo, senza immaginare che, passati i tempi della scuola, sarei
stata io a fare a lei lo stesso commento.
Passai tre ore davanti allo specchio, quel sabato, appena arrivata a casa
da scuola… Il vestito prescelto, comprato solo qualche settimana prima, non
aveva le maniche ma soltanto delle spalline, e non ci ero abituata… Quel
seno di cui mi sentivo piuttosto fiera quando mi vestivo nella mia stanzetta,
in quel contesto diventava appariscente al punto da scontrarsi con… la ragazza
che io sentivo di essere dentro di me. E poi, le mie gambe erano troppo magre,
mi sentivo terribilmente a disagio con quella gonna a balze che, quando
mi alzavo in piedi, si fermava ben prima del ginocchio… quelle calze erano
talmente velate che sembravano doversi rompere al minimo contatto…
"Non ti preoccupare, le sue mani sembrano molto delicate…" mi diceva Simona,
assicurandosi che mia mamma non fosse nei paraggi, ma questo non la esimeva
dal beccarsi una mia occhiataccia!
Ma… superati tutti questi intoppi, riuscii ad arrivare in quella discoteca
e a divertirmi. Passarono un’ora o due e io e le mie amiche ballavamo tranquille
in un angolo della pista… ogni dieci minuti Simona mi faceva notare qualcuno
che mi stava guardando, ma io, vivendo il mio film adolescenziale, tenevo
d’occhio Francesco e aspettavo, dentro di me, che venisse a cercarmi.
E infatti arrivò.
Avevamo appena mangiato una fetta di torta insieme ai festeggiati e stavamo
tornando a ballare, quando lui, da dietro, si infilò tra me e Simona: scorsi
contemporaneamente la mia amica allontanarsi e la mano di Francesco appoggiarsi
sulla mia spalla. Cercai di ignorare quel moto di terrore che mi aveva percorso
in quel momento, e iniziai a parlare con lui il più tranquillamente possibile.
Non ci avrei scommesso ma… il disagio lentamente passò, le sue parole mi
fecero sentire bene come e più delle passeggiate in gita… non ricordo nulla
di quello che mi disse, se non un paio di vaghi complimenti sul mio look
che anche per lui dovevano essere piuttosto nuovi e improvvisati. E poi suonarono
i lenti… ah! Quest’istituzione della mia infanzia che ora è andata perdendosi
mi aiutò in almeno tre momenti cruciali e, a detta dei miei amici maschi,
era molto utile anche per loro.
Sono sicura che se potessi rivedermi mentre ballavo con lui mi troverei
terribilmente ridicola… eppure in quel momento, mentre il suo viso sfiorava
il mio e le sue mani stringevano dolcemente la mia vita alla sua, sentii
che tutto andava bene.
Ci staccammo solo un attimo, di lì all’uscita dalla discoteca, giusto
per metterci i cappotti… e per cercare di concordare insieme a Simona un
modo per non lasciare lei andare a casa da sola e per non abbandonare Francesco.
Girammo per un bel po’… anzi, no, cosa dico, praticamente andammo a piedi
dalla discoteca fino a casa mia, sempre abbracciati… poi ci salutammo… cioè,
tentammo di salutarci per almeno dieci minuti… e alla fine Francesco si allontanò
verso la fermata del pullman.
Se la sola espressione del mio viso non fosse per caso stata sufficiente
ad indicare quello che stavo provando… e lo era, a giudicare da come mi parlarono
e mi guardarono i miei in quella serata… il fatto che non volessi più togliermi
di dosso quel vestito contribuiva a rendere l’idea! Fu in quell’occasione
che mi resi conto di quali miracoli poteva fare un po’ di accattivante femminilità…
Comunque, nonostante queste premesse da favola che, sono
sicura, erano ricambiate da parte del mio Francesco… la nostra storia durò
meno di tre mesi.
So di molte mie amiche che liquiderebbero quei ricordi con un banale "eravamo
troppo giovani…", ma io… non so, alle volte ci penso, e ci ho pensato, e
mi sono chiesta perché… ho cercato di ricordare che cosa provavamo, chi eravamo,
a quell’età… e a volte è servito, magari per affrontare meglio certe situazioni…
Devo ringraziare Davide per questo: è stato lui il mio psicanalista.
Dopo due mesi e mezzo, in realtà, si decise di comune accordo che non
provavamo abbastanza, l’una per l’altro, per poterlo considerare amore (!)…
Poi, dopo una settimana, ci sentimmo così… curiosamente inutili, che riprovammo
a vederci, in compagnia di tutti gli altri amici… ma questo fu fatale. Ci
scrutavamo da lontano, tenendoci in contatto con gli sguardi, ma poi… io
stavo bene con i miei amici, le mie amiche e lui, sembrava, anche… in un altro
gruppetto. Quando lo vidi andare verso il bancone del pub a braccetto di
un’altra ragazza, mi resi improvvisamente conto che la stessa cosa avrei
potuto farla io, senza rimorsi, e che quindi non c’era nulla che giustificasse
il fatto che io e lui uscissimo insieme.
Con gli occhi di allora.
Un paio di storie simili si ripeterono negli anni di scuola
che seguirono, anche se, nel periodo che precedette la maturità, concentrai
la maggior parte degli sforzi verso l’esame.
Cercai di ricambiare ai miei genitori la fiducia che avevano riposto in
me, lasciandomi sempre fare quello che mi sentivo, e alla fine portai a
casa un 54 che li soddisfò ampiamente… cioè, questo è quello che diedero
sempre a vedere a me, ma io mi sentii un po’ in colpa perché forse avrei
potuto fare qualcosa di più.
Già… però, appunto, la vita era fatta anche di qualcos’altro.
Andai in vacanza con le mie amiche, mi iscrissi in palestra…
* * *
E così torniamo a Giuseppe.
Certo che i diari colorati delle superiori hanno un fascino
insostituibile! Queste agende così… sponsorizzate, con questa specie di vera-fintapelle
sono così anonime… D’altronde, ricordo che le ultime volte che andai a comprare
un diario scolastico avevo ormai ventitré o ventiquattro anni e mi sbizzarrii
nelle scuse più incredibili…
"Sa, è per la mia sorellina piccola e…"
"No, non vado all’università… Dimostro più anni di quelli che ho realmente,
me lo dicono tutti…", quella volta che una cassiera scortese mi domandava
con che coraggio mi presentassi all’università con quel diario pieno di pupazzetti.
"E’ per mia figlia che…"
Questa frottola non la raccontai mai, in realtà… era troppo poco credibile!
L’unico vantaggio che aveva questa agenda del ‘92 erano le dimensioni
più abbondanti, che mi consentirono di appiccicarci sopra più cose del solito:
per esempio… guarda qua, c’è la prima busta paga dell’ipermercato, e se non
ricordo male ce ne dovrebbero essere anche delle altre… ah, e anche la foto
"sociale" di capi e dipendenti… Già, c’è anche Carmen, naturalmente.
Entrammo nel giro delle feste dell’università grazie a…
be’, non è importante spiegarlo, perché tanto chiunque di noi ha partecipato
a una di quelle feste almeno una volta nella vita, perché un amico o un parente
o un conoscente che frequenta l’università ce l’abbiamo avuto tutti! Infatti,
ogni tot volte, regolarmente, incontravi qualcuno che conoscevi anche se
in teoria non c’entrava nulla con quella circostanza. Nel caso mio e di Simona,
era stata Anna, un’altra nostra compagna di classe, che si era iscritta
a medicina e, dopo qualche mese di ambientamento, aveva iniziato a girare
con le sue compagne di facoltà.
In breve si era formata una compagnia piuttosto numerosa, nella quale
Simona ed io approdammo all’incirca… boh, sì, sarà stato nell’89… aspetta,
fammi andare a vedere… Sì, ecco: venerdì 20 ottobre 1989… "conosciuta la
compagnia di Anna".
Non ci sono altri commenti, che strano… Ah, già, ma Giuseppe non c’era
quella sera.
E prima? Che tipo di rapporti interpersonali avevo intrattenuto
in quei due anni seguenti la maturità?
Aspetta… Be’, avevo fatto due viaggi davvero notevoli: quello subito dopo
la matura e poi l’inter-rail insieme a Roberto e quell’altra coppia… quei
suoi amici… boh, ci sarà scritto, da qualche parte, ma non è che ci tenga
particolarmente a… ah, ecco, sì: Carla e Paolo… E già, è vero… sono anche
loro tra queste stesse pagine perché continuammo a frequentarci fino a quando
io e Roberto non ci lasciammo.
La vacanza-premio, istituzione così gradita ai nostri genitori, fu in
fondo un’esperienza molto piacevole anche per me e Simona. Nei nostri sogni
il massimo sarebbe stato poter andare via per conto nostro, noi due, da sole…
ma c’erano mille buoni motivi per cui questo non era possibile: così i nostri
parents ci portarono a Londra per due settimane e fu una vacanza fantastica.
L’aereo… il paese straniero… essere così lontana da casa… le bancarelle,
i pub… tutto quel colore era veramente affascinante. Mi ricordo che si partiva
al mattino tutti insieme e si andava in giro per fare qualche visita seria
ed istruttiva… Tutto questo era indispensabile, secondo i miei… e devo dire
che la National Gallery mi è rimasta davvero dentro. Poi, dopo pranzo, io
e la mia amica partivamo per conto nostro e allora le situazioni incredibili,
le risate, le figuracce non si contavano più. Simona non riusciva a spiccicare
una parola di inglese e men che meno capiva quello che le rispondevano! All’inizio
mi trattenni, ma poi incominciai a farle battute in continuazione, anche
davanti ai nostri genitori… mi sentivo un po’ in colpa, ma non riuscivo a
smettere di ridere se solo mi passava davanti agli occhi l’immagine di lei
che si impappinava cercando di mettere insieme una frase di senso compiuto.
Credo che mi abbia odiato un po’… ma nulla di troppo serio. E poi lei
riusciva sempre a vendicarsi quando si trattava di conoscere ragazzi.
Ero ancora timida… No, non precisamente timida: ero molto a mio agio in
mezzo alla gente… con le mie amiche mi divertivo un mondo… be’, con Simona
era come se fossimo due sorelle, ma con tutte le persone che mi capitava
di conoscere stavo bene e penso che anche loro stessero bene in mia compagnia.
Ma… con i ragazzi… quando mi sembrava che qualche ragazzo fosse interessato
a me, oppure quando mi rendevo conto che incominciavo a sentire in maniera
particolare qualcuno, allora mi bloccavo.
Incominciavo a comportarmi in maniera strana… non ero più me stessa… il
solo pensiero di rivedere quella persona mi intimoriva, così magari preferivo
non uscire, perché se uscivo finivo per non spiccicare più nemmeno una parola
se lui mi parlava.
E… le rare volte che superavo questo scoglio, non ero mai tranquilla.
Per le prime due settimane fantasticavo sull’amore, sul momento magico che
stavo vivendo… poi iniziavo a domandarmi se mi stavo comportando nella maniera
corretta, se avrei dovuto sentirmi più trasportata, se il mio ragazzo era
giusto per me…
Quanto godeva Simona nel trovare i ragazzi che sapeva che mi sarebbero
piaciuti, per poi lasciarmi da sola con uno di loro e divertirsi a guardarmi
da lontano!
Ma naturalmente non lo faceva con cattiveria.
- Dai, vedrai che quando troverai quello giusto tutto ti verrà spontaneo
e non avrai più nessuna paura…
- Sì, certo… - le rispondevo io… era esattamente quello che avevo sempre
pensato… eppure c’erano dei momenti in cui cadevo un po’ in depressione.
Eppure, pian piano le cose andarono migliorando…
Infatti con Roberto mi sentii decisamente più a mio agio.
Per arrivare ad andare in vacanza insieme… Mi sembra che uscivamo insieme
da almeno sei mesi, quando decidemmo questo viaggio.
Volevo a tutti i costi tornare a Londra… erano passati due anni ma mi
ricordo che quel sapore era rimasto dentro di me con una dolcezza incredibile.
Già… ma perché Simona non venne con noi? Ah… già! La maledetta varicella!
Se la buscò tra maggio e giugno… mi ricordo che ci spaventammo anche un
po’ perché presa da grandi dicevano che potesse fare molto male… E naturalmente
quello stupido di Roberto non l’aveva fatta da piccolo e quindi non aveva
nessuna intenzione di averla con noi in vacanza… Quaranta giorni… più ancora
qualcosa… non so se si incontrarono ancora dopo che lei guarì, visto che
poi io e Roberto ci lasciammo a fine agosto.
Be’, Simona non si perse molto… Roberto non le era mai piaciuto, e si
stupiva che piacesse a me.
Già… apparentemente sembravamo veramente innamorati. Uscivamo sempre insieme,
spesso evitavamo di uscire con la compagnia per restare da soli… andavamo
a passeggiare per ore nel parco. Gran parte di quella timidezza stava finalmente
passando e con lui avevo molti meno dubbi, molta meno insicurezza.
- C’è qualcosa che non mi stai raccontando e che invece alla tua migliore
amica dovresti dire…
Ma Simona si sbagliava. Non ci fu nessun passo particolare dal punto di
vista del… sì, dell’andare a letto: non le stavo nascondendo nulla… Figurati…
sarebbero passati ancora un po’ di… anni, e in quell’occasione ne avremmo
parlato a lungo.
Bisognerebbe forse chiedere anche a Roberto che cosa ne pensasse… be’,
adesso sicuramente non me ne importa nulla, però… mi ricordo che all’epoca
se n’era parlato, qua e là… Dio mio, è un altro di quei casi in cui mi sembra
che siano passati secoli!
Non ci fu comunque nemmeno un’occasione: eravamo troppo giovani per andare
via insieme… alle volte i miei genitori stavano via per qualche giorno ma…
che buffi! A malapena ci spogliavamo a torso nudo! O meglio, io mi lasciavo
togliere tutta una serie di cose ma ben mi guardavo dal fare lo stesso su
di lui.
Ero, da quel punto di vista, ancora molto riservata. Lo abbracciavo, lo
stringevo e mi piaceva e mi bastava: eppure i complimenti che lui mi faceva,
il modo in cui apprezzava il mio corpo andarono a poco a poco portandomi
una maggiore sicurezza di me stessa.
I motivi per cui ci lasciammo al ritorno di quelle vacanze
erano decisamente lontani dall’ambito dell’attrazione fisica.
Mi dava troppo fastidio che lui non apprezzasse nulla del mio mondo, eccettuata
me. La mia amica Simona, la mia cerchia di amici… be’, con i miei genitori
non aveva un cattivo rapporto e la cosa era ricambiata… Però io non sopportavo
che decidesse tutto lui…
Ah, dimenticavo, naturalmente non apprezzava il mio lavoro di commessa.
Probabilmente, se non avessi conosciuto la compagnia di Anna, quel venerdì
sera e se non avessi, subito dopo, conosciuto Giuseppe, forse io e Roberto
ci saremmo rimessi insieme.
E invece con loro ci fu subito feeling.
Capitarono al momento giusto: avevo passato due mesi un po’ tristi, non
ero uscita granché, un po’ perché non ne avevo voglia ed un po’ perché mi
ero allontanata dai vecchi amici e, tolta Simona, non avevo più tanti contatti.
Non erano in molti… due o tre coppie e alcuni ragazzi e alcune ragazze.
Però erano tutti simpatici e io e Simona ci sentimmo subito ben accette
da parte di tutti.
Erano tutti tipi da università, quello si capiva subito. Non in senso
negativo… semplicemente si capiva che a loro piaceva studiare, piacevano
le cose che stavano imparando e ne parlavano spesso. Anche da questo punto
di vista mi trovai bene con loro: dopo i mesi passati con Roberto e visto
che nel lavoro non potevo certo dire di stare crescendo sotto il profilo
culturale, mi faceva piacere se con loro si faceva qualche discussione più
seria.
La famosa storia di prendermi anch’io ‘sta laurea… fammi pensare, sono
dunque così tanti anni che Davide mi ripete questa storia… e non mi sono
ancora decisa. E, ad essere sincera, non credo che avrò tempo in futuro!
Tornammo ad uscire con loro il sabato sera, e poi iniziammo
a vederci regolarmente… A Capodanno eravamo tutti insieme nella casa di montagna
di una di quelle ragazze, mi pare si chiamasse Cristina… Per il mio compleanno
Simona organizzò insieme a loro una piccola festa a sorpresa: riuscì perfino
a spaventarmi, la disgraziata! Non mi ricordo che storia si era inventata
per tenermi all’oscuro di tutto… e io ci ero cascata allegramente. Già,
quando ci si fida ciecamente di qualcuno… sono contenta di poter dire che
non mi sono mai sentita tradita da lei… né è mai accaduto il contrario.
Ah, è vero… ma fu proprio in occasione di quel Capodanno che conobbi Irene,
la mia amica… Era un’amica della padrona di casa e abitava a Genova…
Simpaticissima, sembrava fin troppo ilare, tanto che sulle prime la considerai
un po’ tonta. Ma poi, a metà notte, quando si incominciarono a formare dei
gruppetti, ci incrociammo per caso mentre andavamo a prendere dei salatini…
o erano pop-corn, chi si ricorda… e iniziammo a parlare. Mi fece un rapido
resoconto della sua vita e poi iniziò a farmi domande sulla mia…
Sulle prime, all’etichetta che le avevo affibbiato in precedenza si aggiunse
quella di pedante pettegola… Che scema! Adesso che ci penso, ad un certo
punto mi misi a ridere da sola e non riuscivo più a smettere… la abbandonai
un attimo e andai verso Simona, poco distante, con la scusa di farmi dare
un fazzolettino di carta, ma in realtà volevo raccontarle questa grande battuta…
- …la chiamerò Irene P.P., così contemporaneamente mi ricordo che è pesante
e pettegola e…
- Ma prima non hai detto pedante?
- Vabbe’, fa lo stesso… dicevo Irene P.P. che però ricorda anche Porta
Principe, come la stazione di Genova, così mi ricordo dove abita…
Simona mi guardava allibita… e io non smettevo di ridere.
Mi portò un bicchiere d’acqua e dopo un po’, finalmente, mi ripresi. Mentre
la mia amica mi accompagnava in bagno le raccontai della chiacchierata che
stavo facendo con quella ragazza e allora anche lei si mise a ridere.
Tornai dove avevo lasciato Irene e la trovai ancora lì… e fui molto preoccupata
per il modo in cui avrebbe potuto evolvere la nostra conversazione.
Invece, pian piano… gli argomenti diventarono più interessanti… la sua
non parve più semplice voglia di parlare tanto per parlare e sapere i fatti
degli altri, ma più che altro timidezza che veniva superata aggredendo le
altre con questo fiume di parole.
Naturalmente ci scambiammo i numeri di telefono e iniziammo a sentirci
abbastanza regolarmente. Devo dire che tutte le volte che l’ho rivista in
seguito mi ha fatto piacere e non ho mai più avuto la sensazione che fosse
stupida, anzi… siamo diventate due buone amiche.
Anzi, c’è stata quella volta che… hmmm, adesso non ricordo esattamente
quando, ma da qualche parte in questi diari dovrebbe essere citata…
Ed era poi un giorno di marzo, quando conobbi Giuseppe.
Notai subito la differenza, in lui: rispetto a tutti gli altri ragazzi
che avevo conosciuto in quel gruppo, lui mi piaceva.
Mentalmente, come carattere, era simile agli altri. Ma fisicamente, mi
attraeva… più di qualsiasi altra volta fosse successo in passato: probabilmente
ero io che stavo crescendo.
- E’ davvero bello… Sai che me lo sogno la notte? – dicevo a Simona.
Sono sicura di averla spiazzata, in quell’occasione. Be’… non più di tanto,
in effetti…
- Davvero? E che cosa fate nel sogno?
Dal canto mio feci di tutto per rivedere Giuseppe: telefonai
a tappeto ad Anna, continuai a rompere le scatole a Simona… ed il bello era
che tutto mi veniva spontaneo!
Volevo rivederlo… a tutti i costi: era il mio pensiero principale. Ed
era la prima volta che avevo ben chiaro quello che volevo.
E così la magia delle feste universitarie colpì ancora. Com’era facilmente
intuibile, c’era almeno metà della nostra piccola compagnia che voleva rivedere
la gente conosciuta alla festa e, viceversa, almeno altrettante persone degli
altri gruppi che volevano rivedere qualcuna o qualcuno di noi.
Qualche sabato dopo… doveva essere il sabato di Pasqua, se non ricordo
male, ed eravamo in una grande pizzeria… ecco che ricomparve Giuseppe.
Non era molto alto… forse una spanna più di me, forse meno… capelli scuri,
anche la pelle era un po’ scura… piuttosto magro, ma con un bel fisico, come
avevo intuito e come potei verificare quella sera stessa quando lui si tolse
quel maglioncino, dall’altra parte del tavolo…
Adesso che ci penso… fu proprio Giuseppe che mi parlò spesso della teoria
secondo cui io, capelli castano chiari (ho sempre amato definirmi bionda,
per semplicità…) e occhi azzurri non avrei potuto non essere attratta da
uno come lui… e viceversa, naturalmente.
Bisogna ammettere che la teoria funzionò perfettamente.
Ci volle solo un po’ di tempo… Tra le cose che Giuseppe aveva in comune
con il suo giro universitario, c’era una scarsa propensione al mostrarsi
sveglio e a cogliere quello che gli andava accadendo intorno…
Io non perdevo occasione per buttargli gli occhi addosso… quando ci incontravamo
alla sera cercavo di stare a poca distanza da lui… non volevo essere io ad
andare a parlargli per prima, ma desideravo ardentemente che lui venisse
da me. E indubbiamente lui se n’era accorto, perché presto constatai che anche
lui mi guardava… e spesso mi veniva vicino e mi domandava come stavo, mi
prendeva a braccetto… quante volte fui tentata di prendere la sua mano, mentre
parlava dei suoi esami ed io lo guardavo estasiata.
E… niente, poi lui si allontanava e tornava a parlare con i suoi amici,
con le altre ragazze. Era chiaro che non gli interessava nessun’altra, ma
non capivo quanto potevo interessargli io.
In qualche maniera, comunque, riuscii a farmi passare a prendere da lui.
Io non avevo ancora la macchina… lavoravo da troppo poco tempo e poi, tutto
sommato, mi trovavo abbastanza bene ad andare a lavorare in pullman. E poi,
di solito trovavamo sempre qualcuno che ci passava a prendere o ci riportava
a casa, quelle rare volte in cui e io e Simona raggiungevamo la compagnia
in autobus.
Buon per me… se non fosse stato per la necessità di riportarmi a casa,
chissà quanto avrei dovuto aspettarlo, Giuseppe!
Era almeno la terza volta che andavamo al cinema da soli… era maggio,
al cinema c’erano dei film sostanzialmente insulsi, e mi sembrava ovvio
che se io uscivo con lui era perché mi interessava qualcosa di più del film…
E alla fine lo capì. O meglio, e questa è la cosa che col tempo avrei
trovato più deprecabile in lui, si convinse che poteva uscire con me.
- …guarda che l’avevo capito che mi venivi dietro, sai… Solo che… sai,
io sono un po’ fatto così e…
Con queste parole lui continuava a ribattere quando io lo accusavo… ed
accadde molte volte, perché mi divertivo un sacco a rinfacciarglielo… di
non aver fatto un solo passo per mettersi con me…
Secondo l’idea che mi feci all’epoca, lui continuò a vedermi, per tutto
il tempo in cui uscimmo insieme, come una grande amica… un’amica donna,
ma mai una per la quale avrebbe potuto gioire, soffrire… in una parola,
amare…
Passammo esperienze di ogni tipo, trascorremmo momenti molto belli ed
anche momenti brutti, ma credo che non ci siano mai stati sentimenti profondi
da parte sua. Né da parte mia, ovviamente, se no, forse, non lo ricorderei
così.
Eppure passammo dei giorni davvero notevoli… Potrei dire che la parte
più bella dello stare con Giuseppe consisteva nel poter fare facilmente
sempre e solo cose che a me piacevano. Da un punto di vista pratico, almeno,
questo mi appagava moltissimo… ma, a ben vedere, non è che lui facesse dei
sacrifici per me.
* * *
Non so perché, ma faccio abbastanza in fretta a sfogliare
queste pagine di diario.
Probabilmente è dovuto al fatto che di quegli anni con Giuseppe ricordo
soprattutto molti dettagli fisici, molte sensazioni e poche frasi o idee
che avrebbero reso quei diari degni di essere riletti. Dovrebbero inventare
una macchina per trascrivere le sensazioni, e allora forse potrei dare un
quadro più completo di quello che vivemmo.
Ci eravamo praticamente appena messi insieme, e io e lui organizzammo
di andare in vacanza da soli. Giuseppe mi propose una serie di località
esotiche… be’, a livello europeo… che a lui interessava visitare, e lasciò
a me la scelta: alla fine ci dirigemmo verso la Grecia.
In quel periodo ero semplicemente felice… Non vedevo l’ora di stare insieme
a lui, guardarlo, abbracciarlo, baciarlo…
E poi tutte quelle cose che lui faceva… Avevo molta paura, in quel tempo,
di fossilizzarmi nel mio lavoro, di uscire alla sera tanto per uscire, di
non fare mai nulla di interessante… che lui mi affascinò con tutte le sue
attività.
Aveva molto tempo libero, siccome studiava ancora: e così tutti i giorni
andava a correre, oppure in bicicletta… Mi aveva raccontato che praticamente
tutti gli anni faceva la sua settimana bianca, e io non vedevo l’ora di tornare
a sciare… Qualche volta i miei mi ci avevano portata, da piccola, ma mi
avevano sempre raccontato che a me proprio non interessava: strano, perché,
da che mi ricordi io, la montagna mi è sempre piaciuta, e quindi immaginare
di poterci andare con lui era fantastico.
E poi gli piaceva andare a teatro, leggeva molto anche lui…
Tutto era… semplicemente perfetto, insieme a lui…
Come dicevo prima… non potrei dire che con Giuseppe le cose andarono meglio
all’inizio e peggio dopo, o che ci furono degli alti e bassi… Io fui felice
insieme a lui dall’inizio alla fine: semplicemente, ad un certo punto, mi
accorsi che quello che stavo vivendo non era abbastanza. Ma, prima di allora,
ebbi modo di sentirmi davvero al settimo cielo.
Considerando il mio stato d’animo, l’idea di andare in vacanza con lui
mi sembrò fantastica. E fantastico fu anche tutto quello che ne derivò… io,
che non avevo mai neanche dormito insieme ad un ragazzo…
Ci eravamo comprati una tenda, poco prima di partire… ah, già: naturalmente
a tutti e due piaceva il campeggio e quindi si era deciso all’unanimità che
avremmo girato la Grecia in tenda.
Partii con un po’ di apprensione nei confronti di Simona, perché la stavo
lasciando da sola e… mi sentivo un po’ in colpa: avevamo passato un mucchio
di vacanze in campeggio, io e lei… ma, dopo qualche giorno, la vita di tenda
acquistò un significato alquanto diverso.
Senza bisogno di una canzone particolare, di un’atmosfera particolare
o di particolari parole… mi ritrovai a fare l’amore con lui.
Be’… non sarò molto ordinata, come dice Davide, ma mi ricordo che la prima
volta fu il 24 agosto del 1990. Ed è inutile stare a descrivere come questa
pagina "risalta" tra i miei diari.
Già… nei miei sogni di bambina mi ero immaginata migliaia di circostanze
romantiche, dolci, particolari… Be’, particolare lo fu anche quella: la particolarità
stava proprio nel fatto che non c’era bisogno di nient’altro, perché mi
bastava la sua presenza, con le sue solite parole, il suo solito... odore,
il suo solito sguardo.
Eravamo in spiaggia dal mattino… andavamo regolarmente in spiaggia al
mattino presto per correre, poi tornavamo in campeggio per riposarci e darci
una sciacquata, quindi compravamo qualcosa da mangiare… niente di speciale:
Giuseppe era un tipo molto alla buona e condivideva con me l’idea di contenere
le spese… e poi tornavamo in spiaggia. Mangiavamo sotto l’ombrellone, poi
ci mettevamo a leggere… leggevamo lo stesso libro e riuscivamo ad andare
perfettamente in sincronismo, in modo che si girava pagina soltanto quando
entrambi eravamo giunti a fine pagina.
Quel giorno la gente in spiaggia sembrò andare via prima del solito… Era
solo il terzo giorno che eravamo là e non eravamo ancora riusciti a vedere
un tramonto senza nuvole… e non ci riuscimmo nemmeno quel giorno che era
finalmente sereno!
Me lo ricordo perché per un attimo… per un breve attimo, avevo pensato
che avrei preferito restare in spiaggia a guardare il sole che scendeva lentamente
sul mare.
Ma quando iniziammo a baciarci, poi ad accarezzarci, su quell’asciugamano…
e poi ci guardammo negli occhi e decidemmo di tornare… anzi, di correre,
in tenda… tutto passò in secondo piano.
Mi ricordo che in pochi istanti mi ritrovai completamente nuda… che sciocca,
be’… non è che avessi addosso molte cose, ma la meticolosità con cui lui
mi tolse, oltre al costume, anche gli orecchini... gli orecchini, già! Chissà
perché!...e quella catenina che tenevo sempre al collo, e quel fermacapelli…
mentre continuava ad accarezzarmi… e io tremavo… eppure, molto determinata,
lo denudai a mia volta e poi, con un po’ di imbarazzo… mi preparai ad accoglierlo…
Credo di aver camminato sollevata da terra per i due giorni che seguirono:
Giuseppe continuò a prendermi in giro per parecchio tempo, dicendo che ero
fuori di testa, che passai ore ed ore davanti allo specchio, che ridevo per
niente…
Sì, devo ammettere che la prima volta fu un po’ strana, ma come tutte
le prime volte, conserva un suo valore… Per qualche attimo provai anche
un po’ di... non esattamente piacere, già… ma assolutamente non al punto
da non riprovarci presto, anzi… Con mia sorpresa e, sono sicura, anche di
Giuseppe, continuammo a farlo nei giorni che seguirono, con una piacevole
regolarità.
Eppure, mi dovetti ricredere, su di lui… Da come si comportava, e nonostante
lui negasse… mi era sembrato che fosse la prima volta anche per lui, o comunque
una delle prime: minimizzando, generalizzando… come al solito, lui diceva
che era già stato con altre tre ragazze, di cui una straniera. Mi ricordo
che ne parlava come se non avesse provato nulla per loro… quasi come se per
lui fosse normale andare a letto con qualcuna e poi dimenticarsela.
Questo suo atteggiamento mi spaventò… già, ricordo i miei timori… Allorché
lui si affrettò a dirmi che con me era diverso, che mi amava veramente… e
solo adesso posso dire con chiarezza a me stessa che sembrava lo dicesse
per tranquillizzare quella piccola ragazza alla sua prima esperienza. In quel
momento quelle parole erano molto importanti per me, ma… solo sulla carta...
perché altrimenti... sarebbe stato forse più difficile per me mettere a fuoco
che quello che stavo facendo lo facevo… portata per lo più dall’attrazione
fisica e non da quell’amore che avevo sempre idealizzato.
Ma senza dubbio in quel momento ebbi bisogno di convincermi che stavo
facendo una cosa che ritenevo giusta, e quindi mi convinsi che amavo Giuseppe
come mai era stato prima.
Ci avrei messo ancora parecchio tempo a capire quanto avevo bisogno della
dolcezza di Davide, e anche la vita sarebbe diventata piuttosto diversa,
per allora… ma in quell’estate fui davvero soddisfatta di come andarono le
cose.
Capitolo 3
Ecco… ero sicura che sarei arrivata in fretta al 1992.
Gli anni di Giuseppe passarono decisamente in fretta, come
immersi in un limbo fatto di week-end passati insieme, vacanze, cene, le
serate trascorse tra le sue braccia davanti alla televisione… un’eterna e
trasparente gioia. Non ho problemi ad ammettere che la cosa che mi ricordo
di più fu la gratificante soddisfazione fisica… e di conseguenza il fatto
che maturai, diventando consapevole di quest’altro aspetto della vita.
Però…
Andavamo a teatro, al cinema… viaggiavamo… accidenti, è così difficile
estrapolare che cosa mi mancasse in quel rapporto, con i pensieri di allora.
Posso farlo più facilmente se confronto… ecco, preparo sin d’ora le pagine
di diario… quelle più tristi… che sono relative a lui… a Walter… sì, se mi
confronto con quello che accadde qualche anno dopo.
I miei commenti, le mie piccole poesiole, tradiscono come mi sentivo realmente.
Innamorata, ma non catturata, non coinvolta completamente. E men che meno
poteva esserlo Giuseppe: però non c’era nulla di cui potessi rimproverarlo,
perché lui faceva tutto quello che volevo io.
Giuseppe era normale, buono, affettuoso, ordinario, noioso… Non nei confronti
della vita, anzi: ma nei miei confronti sì. Credo che non litigammo praticamente
mai: non c’era un argomento in cui mi desse contro né una conversazione in
cui potessi cogliere un suo errore.
Un giorno mi era arrivato, per posta, un questionario molto approfondito…
- …sì, è indirizzato alla "signora" Monica e mi domandano tutta una serie
di cose sui miei gusti, sui prodotti che compro, sui programmi che guardo
in TV… Secondo te è normale? – gli domandai.
- Ma chi è che te lo manda, qualche rivista femminile?
- No… non mi sembra… aspetta che lo vado a prendere.
Tornai al telefono dopo qualche istante.
- Qui c’è scritto che è una ricerca di mercato… e si vince un premio.
Ma io non ho intenzione di raccontare a questi qui quali sono le cose che
mi interessano… Secondo me, non potrebbero… mi viene voglia di denunciarli…
- Ma dai, Monica… Si sa che mandano queste cose alle donne perché poi
sono loro che guardano la pubblicità e vanno a fare la spesa…
Sapevo che considerava inferiore tutto il genere femminile… non lo diceva
apertamente, ma traspariva da ogni suo atteggiamento. Però non è che mi desse
fastidio, perché riusciva sempre a trovare una spiegazione razionale per
quello che affermava: i suoi non erano pregiudizi, ma verità ineluttabili.
Così abbozzai una replica, ma ero già perdente.
- …a parte che a casa mia la spesa la fa mia madre, comunque… mi dà fastidio,
ecco…
- Buttalo via, se non vuoi rispondergli… Non puoi farci niente, Monica,
tu sei fatta così, ma ci sono un mucchio di altre donne… magari le tue colleghe
non vedono l’ora di partecipare ad un concorso e…
Naturalmente aveva ragione…
Non mi sentivo affatto inferiore, quando stavo con lui: avevo un posto
ben preciso nel suo mondo, così come lui ce l’aveva nel mio.
Però mancava tutta una serie di… sì, anche di litigi, di… sentimenti,
da vivere e non solo da citare, rappresentare o spiegare.
All’improvviso, tutto mi sembrò troppo facile, troppo inutile, troppo
insipido e, colta da profonda crisi, cercai di dirgli che volevo che non
ci vedessimo per un po’.
In un ultimo sprazzo di romanticismo, in quelle due settimane che avevano
maturato la decisione, mi ero fatta l’idea che Giuseppe sarebbe rimasto scioccato
da quella notizia… perché fino a due settimane prima sembrava andare tutto
bene, come al solito… e mi ero quindi preparata a rispondere alle sue domande,
alle sue preghiere… e invece, come avrei dovuto immaginare, la sua risposta
fu:
- Già… credo che tu abbia ragione… be’, allora ci lasciamo qui…
Odiai quella sera per parecchi anni. Odiai lui e quel suo atteggiamento
distaccato… appellandomi ad un cliché femminile che era comunque fuori luogo,
in quella circostanza, mi convinsi di essere stata anche usata sessualmente,
ripensando a quante volte mi aveva detto che mi amava.
Solo dopo molto tempo tornai a pensare che tutto quello che faceva lo
faceva guidato esclusivamente dalla fredda ragione. Era un uomo, e faceva
l’amore con le donne; gli piaceva una ragazza, e quindi usciva con lei;
lo sport gli dava benessere fisico, e quindi andava in bicicletta; quella
era l’età per laurearsi, e lui andava all’università. Non c’era spazio per
progetti, sogni, ideali o romanticismi.
Qualche tempo fa mi hanno detto che è andato a vivere con una ragazza…
Credo che non sia cambiato.
Io non l’ho più rivisto.
* * *
Ritornai così ad essere l’amica del cuore di Simona.
Anzi, ormai si poteva ben dire che i ruoli si erano invertiti: io ero
diventata la sua sorella maggiore "per l’esperienza acquisita sul campo",
come diceva lei, con una battuta che io trovavo piuttosto volgare se divulgata
al di fuori del nostro duo.
Sì… io ero indubbiamente diventata più spigliata, ma non avevo affatto
mutato il modo in cui vedevo la mia amica: anzi, poiché di recente ci eravamo
frequentate piuttosto poco, anche se ci sentivamo spessissimo, io avevo tanta
voglia di ritornare a passare del tempo con lei.
Ma lei… era invece andata un po’ chiudendosi. Era uscita con qualche ragazzo…
tra cui… c’era quello con quel nome strano… ah, sì: Dimitri… doveva avere
origini russe o giù di lì…
Ma in quel periodo era piuttosto depressa. Cioè, non lo dava a vedere
se non alle persone più strette, ma…
Mi raccontò che aveva formato una nuova compagnia… non era da molto che
si frequentavano, ma secondo lei c’era tanta gente molto simpatica e soprattutto
era piena di bei ragazzi…
E presto io piombai in quel gruppo… non prima di aver convinto a venire
con me la mia collega Carmen.
Già… sul lavoro, quando ti incontri durante una pausa,
quando magari c’è qualcosa che ti gira in testa… diventa inevitabile parlarne
con delle colleghe, anche se poi non le conosci più di tanto. Odio questo
aspetto del lavoro… cioè, ne odio anche altri, ma questo che ti porta a formare
dei legami che in altre situazioni non avresti mai formato… O sarà perché
sono una donna e, come diceva Giuseppe, sono geneticamente portata a parlare
tanto per spettegolare?
Comunque, soprattutto verso la fine della mia storia con Giuseppe iniziai
a confidarmi con Carmen, una ragazza che stava lavorando nell’ipermercato
da… forse un mese o due prima di me.
Era un po’ più piccola di me, la tappetta malefica… no, lasciamo che il
passato sia passato e che l’odio e le vendette tacciano, sepolte. Aveva
i capelli neri, ma se li tingeva spesso… mi ricordo di quella volta che
se ne arrivò tutta fiera dei riflessi blu che le aveva fatto la parrucchiera
di fiducia…
Un po’ rotondetta, non aveva molto seno, ma era sempre ben vestita… minigonne,
abiti lunghi, scarpe all’ultimo grido… sarebbe stata lei a dirmi che io "non
mi valorizzavo abbastanza", consigliandomi di cambiare il mio look.
Per almeno un anno io non avevo stretto legami con nessuno dei colleghi:
andavo di tanto in tanto alle loro cene… ma se mi invitavano ad uscire in
qualcuno dei loro gruppi in genere declinavo. Sì, soprattutto perché uscivo
con Giuseppe, ma anche perché non pensavo che avrei mai potuto legare con
loro… e poi c’era gente di trenta, trentacinque anni… che vecchi… e che scema
io a pensarlo!
Ma quando iniziai ad aprirmi nei confronti di Carmen, mi trovai stranamente
bene…
Lei era particolarmente gentile.
- Mi piacerebbe che ci conoscessimo di più… tu sei davvero una brava ragazza,
sei molto carina… se pensi che io ti possa aiutare, se hai bisogno di un’amica,
io sono qui. Ti do il mio numero di telefono, così mi chiami e magari ci
vediamo una sera… ci raccontiamo tutto di questi uomini…
Erano esattamente le parole che avevo bisogno di sentire. Cioè, la mia
più cara amica era Simona, ma constatare che qualcun altro, che una persona
che quasi non mi conosceva mi stimasse e volesse bene… mi faceva molto piacere,
in quel momento.
Eravamo uscite da sole un paio di sere, prima che io la
portassi nella nuova compagnia di Simona. Guardalo qua… il biglietto da visita
di quel pub… per fortuna l’hanno chiuso, almeno non dovrò più temere di
andarci ancora…
Lei si era offerta di passarmi a prendere, visto che io non avevo la macchina.
Anzi, no… è vero: una volta venne a prendermi da sola, e un’altra insieme
al suo ragazzo. Sembravano molto affiatati… lui era alto, un po’ zarro, di
primo acchito antipatico, ma poi capivi che ci potevi parlare insieme…
Da sole ci raccontammo un sacco di cose, ma mi rimase subito impresso
che lei parlava con molta convinzione di sé stessa, dei suoi vestiti e dei
suoi ragazzi. E, naturalmente, con la stessa convinzione mi domandò che
tipo di ragazzi piacevano a me, che tipo di ragazzi avevo avuto e se conoscevo
quei negozi all’interno del nostro ipermercato che avevano delle cose molto
carine da indossare.
Tutte le volte che le domandavo delle sue amiche, di dove andava in vacanza
o di che cosa sognava di fare nella vita… il discorso ricadeva inevitabilmente
sul suo uomo e sull’amore che lei provava… doveva obbligatoriamente
provare.
Allora, parlando dei miei amici, io le raccontai della mia compagna di
scuola Simona, del suo gruppo di amici, delle cose che facevamo al sabato
sera… Come per ricambiare la sua disponibilità nei miei confronti, io la invitai
ad uscire con loro: non mi aspettavo che le interessasse molto, invece lei
accettò ringraziandomi caldamente. Ebbi la sensazione, in effetti, che accettasse
soprattutto perché questo le dava un’ulteriore possibilità di starmi vicina
ed elargirmi un po’ della sua esperienza.
Per un mesetto Carmen e il suo ragazzo si unirono alla nostra comitiva,
con crescente costanza.
Poi, si lasciarono… io e lei ci vedemmo due sere di fila… anzi, diciamo
pure che al lavoro lei sembrò piangere in continuazione per una settimana…
ci si incontrava nella pausa e lei pareva in preda al panico… e in quelle
sere al pub… sempre lo stesso, poi… lei mi raccontò tutti i particolari
della sua storia con questo tizio, durata poi ben dieci mesi… e ne
faceva una questione di dimensioni ciclopiche, enormi… sembrava che soltanto
lei sapesse che cosa significava l’amore.
Io non potei far altro che cercare di aiutarla, di consigliarla, di calmarla…
mi sentivo quasi a disagio per non essere in grado di ricambiarle la disponibilità
che lei mi aveva mostrato. E, nonostante non condividessi quel suo modo di
fare, di descriversi… esagerato, troppo convinto e altisonante, venni mio
malgrado colpita da quella forte dose di sentimentalismi che lei profuse.
Erano le cose che rendevano un amore degno di essere vissuto… incontrarsi,
amarsi, soffrire, capirsi… ed era esattamente quello che a me era mancato
nella mia storia con Giuseppe. Quello che ogni donna vorrebbe per riempire
la propria vita. In maniera quasi inconscia, Carmen salì di alcuni gradini,
nella mia stima.
Ciò di cui non mi resi assolutamente conto, fu che dopo solo qualche settimana
Carmen smise, curiosamente, di parlare del suo ex fidanzato.
In quel periodo fui troppo presa dai tentativi di farla stare meglio…
di tirarla un po’ su di morale: lei non sembrava più avere altre amiche…
appena aveva un momento libero, al lavoro, veniva a chiedermi un consiglio,
mi raccontava un sogno o mi citava una frase dettale dal suo ex e, con quel
suo faccino triste, mi domandava che cosa secondo me era giusto fare.
- Allora… ti vedi con Carmen anche stasera? – mi domandava
Simona.
E io le dicevo che… sì, che non potevo fare diversamente, perché lei stava
passando un brutto momento e aveva bisogno di me.
Aveva trovato la chiave del mio cuore, e presto l’avrebbe consegnata a
Walter.
* * *
Avevo appena intravisto la nuova compagnia di Simona, in
quei mesi… Per quando iniziai ad uscire regolarmente con loro, gli occhi con
cui vidi quelle ragazze e quei ragazzi erano diversi da prima… la mia vita
era in qualche maniera cambiata: ero ormai diventata la "sorellina di Carmen".
Così mi definì lei una sera in cui ci presentammo in compagnia vestite
praticamente allo stesso modo, annunciando anche a tutti… come se a qualcuno
dovesse interessare, peraltro… che avrei dormito da lei, quella notte.
Mi ricordo che, per certi versi, avevo vissuto un’emozione simile a quel
giorno della festa a sedici anni… difficilmente mi mettevo tanto in tiro
se dovevo uscire così… in compagnia, con degli sconosciuti…
Eppure, se il look di Carmen mi poteva aver vagamente intrigato nei mesi
precedenti, più che altro per una specie di curiosità tutta femminile… adesso,
dopo quell’ultimo mese e poco più, mi sentivo quasi in obbligo a seguire
i suoi consigli.
Dovevano essere per forza a fin di bene… Come tutte le sue promesse:
- Non dimenticherò mai quello che hai fatto per me… Ti sarò sempre grata
per essermi stata vicina quando mi sono sentita perduta…
Quello che io non focalizzai, in quel periodo, era che non ero stata io
a starle vicina, ma bensì lei… E quanto alla promessa… guarda, qui c’è una
strofa di una canzone che sembra scritta apposta per lei:
Sometimes we make promises we never mean to keep…
E via…
Iniziai a portare quelle minigonne nere… quelle gonne lunghe tutte strane…
quei vestitini cortissimi che prima non avevo mai indossato se non quando
uscivo con il mio ragazzo o con i miei genitori… le scarpe con le zeppe,
quei body… già, ce n’è uno in particolare che… no, lo racconterò più avanti…
che a volte mi vergognavo quasi di uscire di casa o di togliermi il cappotto…
- Sei così carina, Monica… ma perché non vuoi folgorare tutti? Vedrai,
dai ascolto alla tua sorellina… i ragazzi cadranno ai tuoi piedi…
Ah, già… lei mi insegnò anche a truccarmi in maniera molto più marcata…
Non era volgare… era solo molto forte ed io non pensavo che fosse adatto
al mio viso… eppure, in effetti, come diceva lei, mi dava un’immagine da
vera donna fatale.
Nessuno si accorse del cambiamento, all’interno della compagnia: nessuno
mi conosceva da abbastanza tempo da sapere che il modo in cui apparivo e,
successivamente, mi sarei comportata, non era lo stesso di qualche mese prima.
Nessuno… tranne naturalmente Simona.
Ma lei non mutò atteggiamento nei miei confronti: era un po’ stupita...
sì, mi ricordo… che tenera! Era un po’ spiazzata dal fatto che ora avessi
un’altra amica importante quanto lei (anche se io non perdevo occasione
di ripeterle che noi due insieme eravamo qualcosa di unico), dal fatto che
avessi cambiato look… Mi prendeva in giro dicendo che stavo continuando
a crescere…
- …di questo passo, diventerai presto una star del cinema! Vestiti all’ultima
moda, un mucchio di spasimanti…
Ma, come sempre, era la mia amica Simona. Non mi avrebbe voltato le spalle
né in quel momento né anni dopo quando io avrei avuto di nuovo bisogno di
lei.
Anche Carmen ebbe parecchia stima di Simona, soprattutto
quando constatò che effettivamente in quella compagnia c’erano diversi ragazzi
carini, alcuni fidanzati e alcuni liberi.
Eravamo all’incirca una dozzina… forse qualcuno in più, ma non ci trovavamo
al completo tutte le sere. In settimana le uniche ragazze eravamo io e Carmen,
oltre a quelle accoppiate.
E si delineò abbastanza presto una divisione tra i ragazzi: ce n’era un
gruppo, composto da quattro o cinque, che sembrava più attivo, più incline
alla vita dei locali notturni… tra loro c’erano i ragazzi delle suddette
ragazze fidanzate… e poi un altro gruppo, vestito più alla buona… un po’
più in disparte, che ti parlava soltanto se andavi tu a salutarli… Ecco,
lo sapevo… la cosa che mi ricordo di più di quelle serate è il modo in cui
la gente andava vestita!
- …dovrebbero rendersi conto che portare i calzini bianchi corti, soprattutto
d’inverno, sta davvero male… - diceva la mia magistra elegantiarum…
e difficilmente poteva immaginare che un giorno il bersaglio di quelle critiche
sarebbe stato prossimo a sposare la sua "sorellina"!
Quando, anni dopo, il mio Davide coniò quella definizione per Carmen io
mi rotolai dalle risate per mezz’ora, rendendomi conto che era davvero azzeccata.
Ne coniò, o meglio, ne utilizzò una anche per me, in quella serata, ma preferisco
non riportarla: non potei prendermela con lui, perché era senza dubbio la
verità, ma… non era gentile nei miei confronti.
Davide e i suoi due amici erano in effetti un po’ isolati dal resto del
gruppo. Tranne che in quelle serate in cui ci si trovava magari in tre o
quattro e basta… quando il gruppo era al completo potevi vedere le ragazze
e i ragazzi da una parte, intenti a parlare, ad abbracciarsi, e poi… scorgevi
loro tre appoggiati ad una macchina a contarsela… sembravano divertirsi molto,
a volte leggevano qualche giornalino o qualche rivista.
Curioso… in questo momento mi sembra di sentire da una parte i giudizi
che Carmen affibbiava loro e dall’altra le spiegazioni che Davide mi diede
in seguito… Ohhh, ma… tra l’altro… è vero: da qualche parte ci dev’essere
un biglietto… questo è già al suo posto insieme agli altri, evidentemente…
in cui lui mi ha scritto che mi aveva notata fin dal primo giorno che mi
aveva vista, che si era accorto del mio cambiamento ma che non avrebbe mai
smesso di sperare che un giorno mi innamorassi di lui.
Ma andiamo con ordine…
Al di là di tutto, bisogna dire che in effetti loro tre
non erano molto di compagnia. A me non era mai interessata, nei ragazzi,
la sola bellezza… come tutte, mi colpivano se avevano qualcosa di interessante:
e loro non avevano nulla di interessante. Non erano particolarmente appariscenti,
non si univano quasi mai agli altri se non quando si organizzava qualche
gioco di squadra… non mi ricordo di essere mai salita una volta in macchina
con loro… in genere venivano via loro tre (o due, o quattro, a seconda) così
come erano arrivati al punto di incontro.
Anzi, no… a dire il vero, una volta un suo amico… per fortuna anche Davide
l’ha perso di vista… era da solo… in tutto eravamo in sei… ma nell’altra
macchina erano già saliti in quattro e stavano partendo… non sembrava carino
rincorrerli per dirgli che… sì, insomma, che avevo un po’ di paura ad andare
in macchina da sola con lui. Così, un po’ sulle mie, un po’ impaurita, accettai
un passaggio da lui: non ricordo esattamente che cosa mi abbia detto durante
il tragitto… un mucchio di parole che non capivo o non riuscivo a mettere
a fuoco, ma… forse mi aveva fatto anche qualche timido complimento… Fui decisamente
molto stupida a farmi dei problemi, ma… si sa com’è…
Ancora non riesco a concepire come potei essere contemporaneamente amica
di Simona e di Carmen… soprattutto se penso che Carmen aveva una tale bassa
considerazione di quei ragazzi, e che Simona avrebbe conosciuto, tramite
loro, quello che sarebbe diventato presto suo marito.
E quindi noi ragazze non ci preoccupavamo di loro più di tanto: io, Simona
e Carmen stavamo nel gruppo… si scherzava, si rideva… delle altre ragazze
mi ricordo solo di una certa Nicoletta, molto simpatica, usciva con uno che
si chiamava… sì, Diego, simpatico anche lui.
Le altre ragazze non erano molto loquaci… probabilmente erano anche piuttosto
mal disposte nei nostri confronti, che, in un modo o nell’altro, eravamo
piombate in mezzo alle loro coppie causando…
- Hai visto come ti guardava quello lì… quello alto, e anche il suo amico…
com’è che si chiama, già?
…un certo scompiglio, a detta di Carmen.
Ma tanto, a noi non interessava che cosa pensassero le ragazze o gli amici…
eravamo in missione allo scopo di divertirci il più possibile, trovarci un
fidanzato… e doveva essere il più bello della compagnia.
Che sciocche!
A mia parziale scusante va comunque detto che sulle prime non la pensai
proprio così: vuoi per una forma di timidezza che parzialmente rimaneva
comunque dentro di me… vuoi per le improvvise novità che stavo affrontando…
io difficilmente ricambiavo uno sguardo o accettavo inviti al di fuori dalla
compagnia. Naturalmente ne ricevevo molti di più di Carmen, e probabilmente
per questo la piccoletta mi stava sempre attaccata… non so se fu per questo
che mi convinse ad andare in giro così svestita… forse faceva parte del
piano anche quello.
Iniziammo comunque a vederci piuttosto regolarmente, a trascorrere le
consuete serate in birreria, ad andare al cinema…
Adesso che ci penso, Nicoletta fu l’unica a domandarmi come mai Carmen
non parlava più del suo ex, dopo un mese o poco più…
Ma stava per succedere qualcos’altro.
- Allora, ti ha più invitata a cena Walter? – mi domandò Carmen un giorno.
- Chi, quel cretino che tira sempre fuori quella storia della sua mansarda
con la musica… sciogli-passera? – risposi con un fattore di disgusto prossimo
a 100.
- Non capisco come faccia a non esserti simpatico… cioè, sono tutti simpatici,
ma lui è il migliore, secondo me… e, visto che gli piaci…
Inorridivo nel pensarlo. Sì, sì… era carino, ma esagerato… parlava sempre,
scherzava sempre e non era proprio il massimo della finezza: come avrei capito
in breve tempo, il suo punto forte era che non si fermava davanti a niente.
- Te l’ho già detto, Carmen… Quanto al piacergli, poi, guarda che ha già
invitato ad uscire con lui tutte quelle della compagnia, secondo un mio recente
sondaggio e…
- Be’, che c’entra, tu sei un tipo particolare… magari di te è veramente
innamorato…
Aveva la capacità di mettere quella parola amore in ogni contesto…
avrebbe potuto usarne altre dieci, ma invece lei vedeva amore dappertutto.
E a poco a poco cominciai anch’io a ragionare così.
Passarono i mesi dell’autunno, noi trascorremmo il capodanno in una casetta
al mare, una cosa tranquilla… il massimo della vita che ci permettemmo furono
un cenone in una trattoria tipica e, poi, la notte in discoteca… Be’, per
chi ne ebbe la possibilità: io stetti male dopo cena e, dopo un giretto sul
lungomare, preferii tornare a casa… avevo preso freddo ed era sicuramente
colpa del vestito di velluto che mi aveva consigliato Carmen… "è leggero,
sì, ma basta che ti metti una canottierina e un paio di collant spessi e
vedrai che non puoi sentire freddo".
Già… Davide mi ha ripetuto tante volte che in quell’occasione… sì, lui
era troppo timido per venirmi ad accompagnare a casa… ma lui dice sempre
che mi guardava da lontano e si preoccupava per me. Non credo di avergli mai
detto che in quella serata c’era tanta di quella gente che mi guardava che
di lui proprio non mi ero accorta…
E poi arrivò Carnevale, e Walter diede il meglio di sé.
Sfoggiò almeno tre travestimenti diversi, nell’arco di quelle feste in
maschera: rideva sempre, faceva scherzi a tutti… era riuscito a coinvolgere
persino il gruppo di Davide…
E… una sera decise di non scollarsi da me.
Ero vestita da topolina… era il mio costume classico, mi stava bene ed
erano anni che mi vestivo così…
Ma non ero mai stata bersagliata dalle battute (o dalle attenzioni, a
seconda dei punti di vista) come quella volta.
Continuava a togliermi il cerchietto con le finte orecchie, poi mi mise
della panna sul naso nero… mi buttò su un divanetto e mi tolse le scarpe
e poi mi portò a ballare… credo che per quel punto dovevo essere un po’ ubriaca…
perché incominciai a divertirmi e a ridere e non capii più nulla.
Non lo odiavo neanche più… era diventato solo un ragazzo molto simpatico
e carino… e tutte le volte che Carmen mi veniva vicina mi pompava, dicendomi
che stavo andando benissimo.
E alla fine mi baciò… in discoteca… poi mi ricordo che ci baciammo ancora
sotto casa mia, ed ero in macchina con lui… e che salii in casa scalza, con
le scarpette in una mano. Me lo ricordo perché faceva piuttosto freddo.
Probabilmente ero depressa… mi sentivo sola… non so, devo pur trovare
una scusa per giustificare quello che accadde. No, purtroppo non credo che
esistano scuse così grandi.
Ed iniziammo a uscire insieme.
Mi ricordo che mi ero subito pentita di quello che era successo, ma… non
riuscivo ad allontanarmi da lui.
Uscivo con lui e cercavo di essere distaccata… ci trovavamo in compagnia,
ci tenevamo per mano, alle volte uscivamo da soli, ma io ero il più possibile
fredda. Pensavo che si sarebbe stufato, che sarebbe tornato a fare lo stupido
con tutte.
Ma non fu così.
Passammo moltissimo tempo a parlare di noi: era l’ultima cosa che mi sarei
aspettata da uno come Walter che, a mio parere, era abbastanza leggero da
avere un paio di argomenti in tutto, per la testa.
Il mio passato, il suo…
- Tutti credono che io abbia avuto molte ragazze, ma non è così… Ce n’era
una, qualche tempo fa, di cui ero davvero innamorato, ma mi ha lasciato…
forse per colpa mia… ed ora io voglio trovarne una brava come lei… bella come
lei.
E poi aggiungeva sempre qualche complimento. Ma non erano i complimenti
la cosa che poteva destare qualche interesse in me: di questo poteva starne
certo...
Tutti questi discorsi non cambiarono minimamente la considerazione che
avevo di lui.
Più subdolamente, invece, furono alcuni suoi commenti… lì per lì sembravano
spontanei… ed avevano il potere di farmi stare bene molto di più di un semplice
complimento.
Pazzesco… io non me ne rendevo conto, ma qualunque cosa dicesse sembrava
studiata per farmi stare bene… ogni parola sembrava pesata ed aveva il potere
di darmi fiducia, di colpirmi dove sapeva che avrebbe potuto farmi piacere…
Anche nelle considerazioni più semplici… Se avevo avuto una giornata dura
sul lavoro, se avevo litigato con qualcuno, lui faceva in modo di farmi sentire
nel giusto, ma non in maniera banale o troppo esplicita… se la compagnia
parlava di locali per decidere dove recarsi, magari lui ne tirava fuori uno
dove sapeva che tornarci mi avrebbe fatto piacere. Detto così forse non rende…
ma non era quel tipo di collegamenti o battute o considerazioni che a volte
fanno i ragazzi pensando di farti un favore… il modo con cui le faceva lui
era assolutamente spontaneo, oserei dire… piacevole.
Ci volle molto tempo, prima che capissi… ma era falso… o, perlomeno, costruito.
Ma, per quel tempo, presi ad apprezzare i suoi baci e in particolare quelle
delicate carezze sul collo…
Non facevamo nient’altro… anche di questo mi ero stupita sulle prime...
e poi mi ero detta che tutto sommato non era il ragazzo che pareva essere.
Ma iniziai ad aspettare con impazienza il momento in cui ci vedevamo… per
quelle carezze sul collo, mi sollevava i capelli e… forse era per la sua
altezza che riusciva a farmi un simile effetto.
Passarono così un paio di mesi.
Non potevo dire di essere innamorata, ma ero stupita del fatto che fosse
già passato così tanto tempo e che io mi trovassi abbastanza bene con lui.
Nel mentre… la compagnia prese una piega particolare. Walter e i suoi
amici, dopo le feste di carnevale, se ne arrivarono un paio di volte insieme
a degli altri ragazzi, che pare lavorassero in qualche discoteca.
- Se ci interessa andare a ballare e avere un posticino riservato e degli
sconti, loro ci possono venire incontro…
A me ballare piaceva… a Simona anche, abbastanza… a Carmen sarebbe andato
bene qualsiasi locale dove poteva mettersi in mostra… agli altri ragazzi
l’idea parve buona… tranne che a Davide e ai suoi amici.
Così, iniziammo ad incontrarci alla sera tanto per fare quattro chiacchiere,
poi noi andavamo in discoteca e loro da qualche altra parte.
Era maggio… giugno… dopo un po’ di venerdì e sabati sera in discoteca
la compagnia iniziò a crescere… si arrivò a trenta, quaranta persone… facevamo
il giro della città per raccogliere tutti.
La mia agendina esplose e dovetti imbottirla di fogliettini aggiuntivi!
Già… in quel periodo venne a trovarmi un paio di volte anche la mia amica
di Genova, Irene: la prima volta si fermò un week-end… sì, più o meno… e
poi capitò dalle nostre parti qualche altra volta. Mi ricordo che fu sbalordita
dal fatto che ogni volta che mi vedeva giravo con gente sempre diversa e
sempre più numerosa.
Walter mi portava in giro sulla sua macchina, poi mi lasciava
in mezzo ai nuovi amici ed andava a curare le pubbliche relazioni tra le
varie compagnie… Non prima di avermi dato un mazzo di rose o altri fiori…
o di un complimento sul taglio dei capelli…
- Sei stupenda… tutti i miei amici mi dicono che sto con la ragazza più
carina e più fine che abbiano mai visto…
Secondo un rituale già conosciuto, egli continuò a farmi quei complimenti
azzeccati… sapeva che se mi avesse soltanto fatto apprezzamenti fisici io
mi sarei forse sentita come un soprammobile… una bambolina che lui esponeva
nelle sue serate mondane… Invece mettendoci quel qualcosa in più… Come nei
regali, che riuscivano sempre a centrare qualche aspetto sensibile della
mia personalità…
Conobbi un mucchio di gente… non ho le idee molto chiare, su quel periodo…
Iniziai a dormire molto poco e al lavoro sia io che Carmen arrivavamo sempre
più addormentate… Si andava a ballare due e anche tre volte alla settimana…
facendo sempre più tardi.
E… incredibilmente… iniziai a provare qualcosa per Walter.
Eravamo sempre in giro… ma non come semplici fidanzatini: noi due organizzavamo
le uscite della compagnia, tutti gli amici e le amiche facevano capo a noi,
eravamo davvero importanti. Ed era merito suo se stavo vivendo quel periodo
magico, se tutte le volte che entravo in una discoteca barman e buttafuori
mi trattavano come una diva.
Avrei voluto esprimergli tutta la mia riconoscenza, sentire che eravamo
in due a condividere quel momento, e… incredibile, ma non lo sentivo mai
abbastanza vicino a me…
Non avrei mai creduto che potesse succedere.
Ignorai quel detto… il grande amore lo riconosci subito: appena lo
incontri pensi "chi è quello stronzo?"… Pensando che tanto non avrei
mai potuto considerarlo nient’altro che uno stupido, mi feci trasportare…
Ricominciai a mettere in mostra tutto ciò di cui madre natura mi aveva
fornita. Per qualche settimana mi ero rinchiusa nei miei jeans, per frenare
eventuali bollenti spiriti di Walter… ma ora… avrei fatto qualsiasi cosa
per sentirlo più vicino a me.
E pian piano caddi ai suoi piedi.
Mi stavo divertendo un mucchio… cioè… non so se mi stavo divertendo, ma
stavo vivendo tutte quelle esperienze che non avevo mai vissuto: facevo
sempre tardi… quante volte i miei furono sul punto di sgridarmi… uscivo
tutte le sere, mi piaceva il modo in cui apparivo alla gente, avevo tantissimi
amici.
Stavo vivendo davvero.
Al mondo esistevano soltanto più Walter e Carmen. Era merito loro se ero
così su di giri.
E da lì a frequentare la mansarda di Walter fu questione di pochissimo
tempo.
Accadde nella maniera peggiore, da parte mia… Il tempo che passavo insieme
a lui non mi bastava mai e, anche se non avrei voluto, fui io a portarlo
a letto, una sera…
Quanto era calcolato, tutto questo… e quanto stupida fui io… a non collegare.
Purtroppo mancavano ancora alcuni pezzi del puzzle.
* * *
Posso ringraziare il cielo che Simona non mi vide in quello
stato.
Ad un certo punto lei si distaccò dal gruppo dei discotecari e tornò ad
uscire con gli altri. O forse con altra gente… non ne sono sicura, perché
non avemmo molti contatti, in quel periodo.
Mi raccontò poi che, tramite la sorella di uno di quei ragazzi, conobbe
un tipo, ed iniziò ad uscire con lui dopo qualche mese.
Io l’avrei conosciuto solo qualche tempo dopo.
Accadde anche un’altra cosa importante, a dire il vero, in quel periodo:
Davide uscì per un bel po’ con una ragazza che però non portò quasi mai in
compagnia… E’ vero, la cosa mi stupì: avevo pensato davvero che quei tre
fossero un po’ strani… credo che si arrabbierebbe a sentirmelo dire ancora
adesso…
Mi dispiace di non avere molti ricordi di quello che fecero le persone
effettivamente più importanti della mia vita in quell’anno.
Intanto arrivarono le vacanze…
Fino al giorno prima io continuai la routine di quei mesi: lavoro, incontro
con la compagnia "più grande del mondo", come diceva Carmen, poi discoteca/che
e poi a casa di Walter.
Feci… sì, feci delle cose, a letto con lui, che non avevo mai provato:
sentivo bruciare ogni centimetro della mia pelle, non mi sarei fermata mai…
Qualunque cosa lui volesse diventava per me un obbligo… anche se in realtà
lui non chiedeva mai nulla: in questo modo io continuavo a sentirmi sempre
incerta… insicura e mi davo perennemente da fare per cercare di piacergli
e ricambiare la gioia che mi dava.
Gli chiedevo in continuazione se mi amava… se mi avrebbe mai lasciata.
Carmen era tutta felice di potermi mostrare l’intera varietà di marche
di biancheria intima dell’ipermercato, e io divenni la loro principale cliente.
- Si capisce dai tuoi occhi che sei al settimo cielo, Monica… Sono proprio
contenta per te e Walter…
In realtà, dubito che nei miei occhi si leggesse qualcosa di più del sonno
e del completo offuscamento della mente. Ah, dietro naturalmente al trucco
spessissimo.
Ad ogni modo, per le vacanze Carmen rimorchiò un tizio della compagnia
e se lo portò in vacanza insieme a me e Walter.
Eccolo qua… il bigliettino dell’albergo a Benidorm… Tanto, avremmo potuto
essere in qualsiasi altro posto, perché io mi ricordo sostanzialmente del
letto della nostra camera, e poco altro… Avrei avuto tantissimo bisogno di
riposare, visti gli ultimi mesi, eppure ero come stregata…
Riuscii persino a sentirmi in colpa, quando mi arrivarono, perché avevo
paura di non poter essere al suo livello… di fare tutte le attività sportive
che lui amava fare.
Ed è facile immaginare che cosa successe quando, dopo qualche mese, venne
a dirmi che aveva intenzione di lasciarmi.
* * *
Le serate in discoteca erano andate un po’ diradandosi,
negli ultimi tempi: eravamo quasi tornati alla nostra compagnia di un anno
prima, solo un po’ più numerosa.
Feci l’ulteriore errore di pensare che era colpa mia se non si faceva
più la vita di prima, e che magari era per quello che lui non stava più
bene con me.
Walter mi aveva detto di aver rivisto una sua ex… che la cosa lo aveva
colpito molto nonostante mi volesse un mondo di bene, e che quindi, per non
farmi del male… sì, insomma, le solite cose.
No, forse all’epoca non erano ancora le solite cose, per me… Sta
di fatto che ormai la mia vita scorreva solo più in funzione di lui… e non
potevo accettare di perderlo, per nessun motivo al mondo: così, se prima
ero ai suoi piedi, da quel momento diventai uno zerbino.
Basandomi su quell’idea che mi ero fatta, iniziai ad invitarlo per andare
a ballare, cercai di organizzare con Carmen e con chi aveva più voglia di
discoteca…
Dopo due o tre inviti lui accettò… potevano essere passate un paio di
settimane, ma il contatto fisico con il suo corpo mi portò sulla Luna...
"Non potrò mai vivere senza di te, amore…" Monica la tonta ha lasciato
un segno: 24 novembre 1993. Uno dei tanti, a ben vedere… qua… e ancora…
Ma non ritornammo ad uscire insieme. Lo cercai ancora… andavo a prenderlo
al lavoro usufruendo apposta di mezza giornata di permesso dall’ipermercato,
lo attendevo davanti a casa… gli telefonavo più volte al giorno.
Ci vedemmo per diverse altre volte a casa sua…
Mi sentivo una puttana… andavo da lui soltanto per fare sesso e per poter
strappare, in quei momenti, la promessa che non mi avrebbe mollata… ma, tanto,
dopo due giorni lui mi confermava che nulla era cambiato.
A Natale Walter fu molto scortese, nei miei confronti, e per un po’ pensai
che mi sarebbe passata: era venuto a casa mia con la sua presunta ex… mi
aveva telefonato apposta per avvisarmi che veniva a farmi gli auguri, ma non
mi aveva detto che sarebbe stato in compagnia. Avevo quasi capito che
l’aveva fatto volontariamente, eppure non fu neanche in minima parte sufficiente.
Per lo meno mi servì a farmi buttare via il regalo che gli avevo comprato
ed evitarmi l’ulteriore figura.
Chiamai Carmen anche la sera di Natale, disperata come
sempre, da un mese a questa parte.
- Non ce la faccio… senza di lui mi sento morire…
Era tutto molto simmetrico, come direbbe Davide: adesso ero io che piangevo
continuamente sulla spalla di Carmen, come aveva fatto lei tempo prima. Solo
che io non avrei smesso così in fretta perché… perché, in ultima analisi,
io non fingevo.
La sera di Natale, in effetti, Carmen passò a trovarmi, spronandomi ad
uscire, ma io non volli. E così andò nelle serate successive, a gennaio,
a febbraio…
Lei era sempre molto gentile… mi ascoltava in tutti quei discorsi…
Non era l’unica, in effetti. Mia mamma e, nei limiti del possibile, anche
mio papà furono in pena per me per parecchio tempo.
- Di sicuro, non devi più vederlo – mi diceva la mia mamma.
Ma non potevo ascoltarla.
Squillava il telefono e io sobbalzavo… quando, raramente, passavo dalla
compagnia, controllavo subito se c’era Walter…
Continuai a telefonargli per un bel po’ di tempo.
Si parlava del più e del meno… la frase che temevo, ossia la certezza
che lui uscisse di nuovo con la sua ex, non la sentii mai… ma, a pensarci
bene, non potrei dire che lui non abbia fatto altro, in quei tempi.
E riagganciavo la cornetta, disperata.
Passai ancora a trovarlo una sera… all’apice della follia, avevo deciso
che mi sarei fatta mettere incinta pur di non perderlo. Quella sera ero
certa che avrei barato, avrei… fatto di tutto per riuscirci: invece… non
so come mai, perché andò tutto secondo copione, ma non accadde…
Inutile dire che fu una gran fortuna!
Ad un bel momento, comunque, smisi di vedere Walter e riuscii a farmi
una ragione del fatto che non sarei mai più stata la sua donna.
Egli partì per un mese di lavoro in giro per l’Europa.
Io ricominciai lentamente ad uscire con gli amici…
Ma non me lo tolsi dal cuore.
Venne la primavera, poi l’estate… in queste pagine ci sono solo le mie
dediche, le mie tristi poesie… Mi immersi in un limbo da cui era impossibile
sfuggire.
Più o meno consciamente, giurai a me stessa che non avrei più avuto un
ragazzo, perché nessun altro avrebbe potuto darmi quello che mi aveva dato
lui.
Per un anno… per quanto tempo… Facevo le dediche alla radio sperando che
lui le ascoltasse… Non avevo più il coraggio di farmi sentire o di andarlo
a trovare, non tanto perché mi fosse tornato l’amor proprio, ma perché mi
ero resa conto dell’inutilità di tutto questo.
Lo idealizzai in ogni modo… scrissi il suo nome centinaia, migliaia di
volte… registrai un mucchio di cassette con la musica di quelle serate passate
in discoteca, tramutai in icone i regali che mi aveva fatto…
E le amiche, e i pochi amici, mi sentirono pronunciare quel nome e quelle
date per un numero infinito di volte.
La compagnia si era nuovamente assottigliata: eravamo tornati
alla dozzina originaria, con la differenza che adesso c’erano per lo più
coppie.
Carmen usciva con quel tipo di cui ho rimosso il nome… no, non era più
quello delle vacanze… Simona usciva con Gigi e Davide con Barbara… Ero l’unica
ragazza da sola, e poi c’erano alcuni altri ragazzi.
Non ci si vedeva più tutte le sere… ma siccome stare a casa da sola per
me era un incubo, spesso Carmen veniva a trovarmi, a volte sola, a volte
con il suo tipo… lui era un po’ insulso, non aveva niente a che vedere con
la compagnia in cui l’avevamo conosciuto… A pensarci bene, chissà che cosa
avrà pensato di me vedendomi in quello stato…
Anche Simona mi telefonava spesso… era più difficile che lei mi passasse
a trovare. Non me lo disse, a quei tempi… anzi, in pratica non lo affermò
mai, ma… non le faceva piacere vedere Carmen. Si era convinta che fosse stato
per colpa sua che io stavo soffrendo così… Già, se avesse insistito un po’
di più, se mi avesse dato delle forti scrollate forse avrei capito anch’io,
ma… Non so, probabilmente non ero in grado di comprendere nulla e non avrebbe
fatto nessuna differenza. Mi dispiace un po’ pensare che non abbiamo più
passato i momenti di complicità a tutto campo che vivevamo prima, dopo quegli
anni… Siamo rimaste grandissime amiche, abbiamo continuato a sentirci e a
confidarci, ma i nostri rapporti sono diventati un po’ più formali… Forse
fa parte della crescita o forse quegli eventi ci hanno segnate.
Nei primi tempi Carmen mi trattava come un medico avrebbe trattato una
paziente: faceva una diagnosi della mia storia con Walter, mi spiegava che
cosa potevo aver sbagliato io…
- Se sei davvero innamorata di lui, se lui stava bene con te come mi dici…
vedrai che tutto si aggiusterà, che tornerà da te…
Usando le sue solite parole magiche, mi conduceva per mano in quel mondo
fantastico fatto di pene d’amore, di sogni, di speranze… il mondo dove l’amore
era tutto e non esisteva nient’altro all’infuori di esso. Era sempre così
vicina… io piangevo e lei mi accarezzava la testa, cercava di consolarmi.
Non mi rendevo conto che più mi addentravo in quel mondo, più perdevo la
possibilità… non dico di dimenticare in fretta Walter, ma almeno di ritornare
a vivere.
Quando uscivo stavo per lo più sulle mie, non parlavo granché con nessuno.
I ragazzi non mi interessavano, non avevo voglia di scherzare… non avevo
voglia di conoscere nessuno e infatti non conobbi nessuno al di fuori della
piccola compagnia.
Se però qualche amica mi domandava se non stavo bene, io in breve mi lasciavo
andare e le raccontavo la mia storia… a toni forti, decisamente troppo forti,
a giudicare dalle reazioni che sempre notavo in loro.
Eppure non potevo fare diversamente … non vedevo altro se non il ricordo
di Walter…
E continuai a consumarmi in quel ricordo… arrivò l’estate,
e andai in vacanza con Carmen, il suo ragazzo e un’altra coppia… Di quella
vacanza mi tornano in mente solo la tristezza e la disperazione che mi assalivano
se solo mi lasciavo convincere ad andare in discoteca… quel romantico struggermi
davanti al tramonto, in spiaggia…
Dovevo essere davvero uno spettacolo interessante, per gli altri.
Quando tutti tornavano in albergo, all’ora di cena, io dicevo "vi raggiungo
tra un attimo", allegando qualche scusa. E così spostavo l’asciugamano verso
la riva… c’erano degli scogli, a riva, e io mi appoggiavo ad essi… e mi mettevo
a fissare l’orizzonte… e cominciavo a piangere, senza più freni. Già di
giorno passavo delle ore in silenzio, anche quando ero insieme agli altri:
in quei momenti al tramonto, poi, stavo lì delle ore, senza sentire il freddo,
il vento… avevo addosso solo il costume, i pantaloncini e una maglietta
di cotone, eppure stavo lì…
Soprattutto i primi giorni, Carmen e l’altra ragazza si preoccuparono
per me e, non vedendomi tornare in albergo, vennero a cercarmi in spiaggia…
- Dai, bella, vatti a cambiare, noi ti aspettiamo e poi andiamo a mangiarci
un gelato…
Ma non era una prospettiva affatto allettante. Tutte le volte che mi lasciai
portare in giro dai miei amici sentii le solite lacrime premere dall’interno
degli occhi, e capii che non stavo affatto meglio di quando me ne stavo da
sola in spiaggia… oltre a non essere per niente di compagnia.
Mi è però rimasto impresso come mi vedevano i due ragazzi… Ogni volta
che si presentava l’occasione di parlare di una situazione che aveva a che
fare con le coppie o i sentimenti, si giravano verso di me…
- Monica, tu devi essere davvero una ragazza romantica…
- Già… altro che la mia donna, qui, che…
Poi tornavano a scherzare tra di loro. Io non facevo commenti: sì, lo
ero, ma perché stare a spiegare… In silenzio, aspettavo che Carmen mi prendesse
per mano.
E, in maniera simile, trascorsero i mesi successivi.
* * *
I primi mesi del ’95 sono degni di nota in quanto finalmente
io Davide iniziammo a scambiare qualche parola in più.
Be’, a dire il vero, finalmente lo posso dire adesso, ma allora
non la pensai esattamente così… Poveraccio, veniva a parlarmi, mi chiedeva
se stavo meglio, cercava di scherzare… mi raccontava che la tipa l’aveva
piantato qualche settimana prima… anche lui sembrava un po’ giù, ma cercava
di infondermi coraggio…
A pensarci bene… poveraccio un corno! Una delle prime cose che mi ha detto
quando abbiamo iniziato ad uscire insieme è stata che "siccome ero ingrassata
e decisamente peggiorata", si era sentito meno a disagio nel venirmi
a parlare, rispetto ai primi tempi…
E in effetti era vero…
I tempi delle gonnelline e dei capelli sempre freschi di
pettinatrice erano passati. Avevo creato un riparto del mio guardaroba in
cui racchiudere tutti quegli abiti, ed esso era entrato a far parte di quelle
icone che mi mettevo ad adorare quando mi tornava alla memoria Walter.
E stavo ingrassando… Credo di aver preso una decina di chili, in quegli
anni… Tanto, non c’era più nessuno per cui avessi motivo di sentirmi e farmi
vedere carina… ero rassegnata, non mi interessava più nulla del mio aspetto
fisico, del mio futuro, delle mie ambizioni… Senza Walter non ero più niente.
Ma, nonostante tutto… la vita andava avanti: non ebbi il coraggio di tagliarmi
le vene come avevo spesso minacciato, e quindi, in uno stato di apatia totale,
feci qualche colloquio allo scopo di trovare un lavoro più remunerativo e,
poi, decisi di andare a vivere da sola.
- Ma non sei troppo giovane per andare a stare da sola? – mi domandava
mio padre. Già, aveva ragione… ma non potevo fare diversamente: ero convinta
che non sarebbe cambiato nulla, che non sarei mai più stata felice… eppure
qualcosa dovevo fare. La vita ha una sua forza… o una sua inerzia, a volte,
che è semplicemente inarrestabile.
Mia madre, per indole più comprensiva, gli controbatteva che la situazione
che stavo vivendo era purtroppo molto delicata, che avevo bisogno di riprendermi…
e, naturalmente, tutti e due alla fine mi aiutarono in questo grande passo.
Non posso comunque fare a meno di pensare che recai un forte dispiacere
a mio padre, anche se lui non lo diede mai a vedere. Non me lo perdonerò
mai, visto quello che sarebbe successo di lì a poco.
Trovai un piccolo alloggio in affitto a breve distanza da casa dei miei… avevo pensato, in effetti, di andare ad abitare vicino a casa di Walter…
"Can I confess I've been hanging around your old address?"
Quante volte la ascoltai in quel periodo… tutte le volte
che, in un attacco di nostalgia, tornavo dalle parti di casa sua e mi rivedevo,
prima felice, poi arrabbiata, e infine soltanto triste, di una tristezza
incommensurabile.
Ma, un po’ per caso e un po’ per un minimo di senso pratico, mi sistemai
al fondo di quella piccola strada vicino ai giardini.
Mio papà mi aiutò a revisionare l’impianto elettrico, a trovare dei mobili
non tanto costosi per arredare le tre stanzette di cui disponevo… mi installò
anche un fantastico antifurto che, a sua detta, mi avrebbe protetta dai ladri
e dai maniaci…
Già… non capii mai come fosse possibile, ma dopo solo qualche mese che
avevo il telefono iniziai a ricevere delle telefonate… quelle telefonate
assurde di malati di mente che ti dicono un mucchio di sconcerie, e probabilmente
provano piacere nel farlo. Mi ricordo che sospettai anche di Davide, in quel
periodo: erano in pochissimi ad avere il mio numero, e mi sembrava strano
che altri…
Non avevo ancora capito nulla.
Continuavo a vedere Carmen, sul lavoro e in compagnia.
Aveva nuovamente cambiato ragazzo, e questo sembrava finalmente una persona
normale, né esaltato, né stupido, né volgare. Aveva forse il difetto di essere
un po’ troppo succube di lei, ma evidentemente non se ne rendeva conto…
e se io avessi avuto un minimo di interesse a farmi dei nuovi amici gli
avrei parlato… mi stava abbastanza simpatico e avrei anche potuto dargli
dei lungimiranti consigli…
No, in effetti in quel periodo non ce l’avevo ancora con Carmen.
Lavoravamo ancora insieme, continuavamo a uscire… io l’avevo anche invitata
a casa mia per ricambiarla di tutte quelle volta che lei mi aveva fatto dormire
da lei. Ma… non so perché, ma lei non era più così vicina a me come nei
tempi passati. Tra me e me ritenni fosse normale che lei stesse pensando
di più al suo futuro: lei che aveva sempre posto l’amore sopra ogni cosa,
probabilmente stava mettendo la testa a posto e stava magari facendo dei
progetti con il suo ragazzo…
Lei che poteva.
Rassegnata, come sempre da quando Walter mi aveva lasciata… ero contenta
per lei, vivevo la sua vita di riflesso al posto di quella che io non avevo
più… non avrei mai più avuto.
A volte, quando veniva a casa mia, mi aiutava a sistemare il disordine
che lasciavo sempre in giro… Non solo ero disordinata per natura, ma in quel
periodo non avevo nessuna volontà di avere una casa in ordine. Già, lasciavo
sempre il barattolo della nutella su qualche tavolo… e lei mi beccava ogni
volta e si affrettava a rimetterlo al suo posto.
Avevo un continuo bisogno di conforto… e sapevo che lei me ne avrebbe
dato sempre. Mi lasciavo andare, quando eravamo da sole piangevo per delle
sciocchezze… il fatto che lei fosse lì a consolarmi mi appagava. Era sempre
nel ruolo giusto al momento giusto: aveva saputo darmi quello che cercavo
nel momento in cui volevo divertirmi, uscire, farmi notare, e adesso che
volevo soltanto chiudermi in me stessa ed essere triste era nuovamente in
grado di darmi ciò che cercavo.
Chiudermi in me stessa avrebbe significato allontanarmi da tutti… Anche
se pian piano Carmen fu sempre più fredda nel darmi il suo supporto morale
(di quello materiale non ne avevo più bisogno… non mi interessava più nulla),
io non collegai questi due concetti. Considerai semplicemente normale il
fatto che lei si sarebbe fatta la sua vita… e io sarei stata da sola per sempre,
un’amica zitella dal cuore indurito.
Si usciva ormai soltanto più al venerdì e al sabato… e
qualche volta, sporadicamente, in settimana.
L’unico evento che ricordo di quella primavera fu il matrimonio di Simona:
la lieta notizia mi era stata data in anteprima dalla mia amica qualche mese
prima e… ricordo come l’avevo accolta.
- Sono… sono davvero felice per te e Gigi… Se solo… oh, se solo potessi
condividere la tua gioia…
E mi vennero le lacrime agli occhi.
Lei avrebbe potuto dirmi tante frasi di circostanza… ma era Simona.
- Monica… io non ti capisco… non so come tu abbia fatto a ridurti così…
perché non riesci guardare il mondo con gli occhi di una volta? Che non
vale la pena di soffrire per quello lì… non ne è mai valsa la pena, te l’ho
detto tante volte… ma se tu ne sei stata innamorata, posso capirlo… Però,
dopo tutto questo tempo… stai sprecando la tua vita…
Non davo il minimo significato a quelle parole… le apprezzavo perché venivano
da Simona, ma non riuscivo a sentire. Anzi, se non fosse stata lei a parlarmi
così, le avrei detto di pensare ai fatti suoi, perché lei non poteva capire,
e soltanto Carmen mi dava la possibilità di sguazzare nelle emozioni ed in
particolare nella sofferenza in cui mi trovavo così bene.
Ad ogni modo arrivò il giorno dell’addio al nubilato e poi il matrimonio.
L’ultima serata da nubile di Simona la trascorremmo in un ristorante giapponese…
era la prima volta che ci andavo, ed è inutile dire che è stata anche l’ultima,
visto come mi sono sentita in quella sera: avevo intorno tutte le amiche
di Simona, che erano state anche amiche mie… nelle varie compagnie che avevamo
girato… e ovunque mi voltassi vedevo persone felici, sentivo parlare il mio
passato e dicevo a me stessa che tutto ciò era sepolto, che dopo aver provato
quello che avevo provato e perso nulla avrebbe mai potuto avere di nuovo
un valore per me.
Arrivai a casa in lacrime, come al solito, con un senso di vuoto che mi
distruggeva.
Per il sabato mi ripresi parzialmente… Quella notte dormii dai miei: mia
madre ci teneva ad accompagnarmi in chiesa, sperando di potermi fare sentire
un po’ meglio… era il giorno più importante della vita della mia amica più
importante, non voleva che io stessi male…
Aveva insistito tanto perché mi comprassi un vestito… Mia mamma probabilmente
aveva sognato quel giorno per anni… nei nostri sogni di bambine io e Simona
ci saremmo dovute sposare nello stesso periodo, circondate dalla felicità…
Ma per me non era affatto così…
Girammo per un pomeriggio intero. Il primo problema era che non mi stava
più nulla: mi facevano provare delle gonne e… quelle corte mi mettevano davanti
all’evidenza che le mie cosce erano cresciute a dismisura… con quelle lunghe
il profilo metteva in mostra un’orribile pancia… d’altronde, doveva essere
passato almeno un anno dall’ultima volta che mi ero vestita un po’ bene.
Per quel motivo, ed anche perché avrebbe rispecchiato il mio stato d’animo,
ero fermamente intenzionata a presenziare alla cerimonia nella consueta salopette
di jeans che portavo sempre.
Ma non si poteva, lo dicevano tutti. Alla fine, scelsi un vestito blu,
piuttosto largo… dimostravo almeno dieci anni di più e contribuirono a farmi
invecchiare anche i capelli che, probabilmente per vendicarsi della scarsa
cura che avevo dedicato loro di recente, mi davano un aspetto indicibile.
La cosa fondamentale era comunque il matrimonio di Simona: la loro felicità
non fu affatto intaccata dal mio stato d’animo di quel giorno, per fortuna,
né dai miei silenzi. E sono ormai passati quattro anni.
* * *
Questa… sì, questa è la sera in cui Davide si presentò
in compagnia insieme a Chiara, la sua nuova fiamma.
Eravamo stati un po’ più in contatto, negli ultimi mesi, ma non eravamo
diventati più amici. Io non ero assolutamente ricettiva nei confronti di
nessuno, è vero… in particolare nei confronti dei ragazzi.
Quelli che poi mi conoscevano da tempo… mi davano la sensazione di volermi
consolare a tutti i costi… ce n’era stato uno, sul lavoro, che probabilmente
voleva provarci, usando questo approccio, ma io l’avevo… non l’avevo nemmeno
considerato.
Davide non era così, naturalmente… ma proprio perché non rientrava nello
standard dei maschi che avevo sempre frequentato, la sua presenza mi dava
più che altro un vago fastidio. Non sapevo come collocarlo in quel mio mondo
che già aveva pochissimo posto disponibile.
Mi parlava di computer… delle serate che passava programmando… "è molto
utile anche per i videogiochi", diceva… poi dei suoi hobby… Era raro che
facessimo dei discorsi sull’amore o sulle persone, se si esclude il fatto
che lui mi domandava sempre come mi sentivo…
In generale io non provavo un piacere particolare nel parlare con lui:
il fatto quindi che se ne fosse arrivato con una ragazza nuova mi aveva in
qualche maniera sollevata… l’avrebbe tenuto lontano da me, nei limiti in
cui tutto ciò poteva interessarmi…
Tra le tante cose che Davide non mi disse in quei fugaci
discorsi… c’era il fatto che Walter era di nuovo in giro.
Carmen mi diede questa notizia con notevole circospezione... Curioso:
era normale che tutti quelli che mi conoscevano andassero molto cauti nel
darmi una notizia simile, temendo che io mi facessi chissà quali illusioni…
ma Carmen avrebbe dovuto essere molto più aperta, avrebbe dovuto usare parole
come "hai visto? E adesso che è di nuovo libero, vedrai che andrà tutto come
hai sempre sognato…"
E invece no… anche lei parve restia nel fare qualunque commento. Nel corso
dei mesi mi aveva aggiornato, con discreta regolarità, sulla vita e le evoluzioni
amorose di Walter, e dalle ultime sapevo che stava insieme ad una ragazza
molto più giovane di lui, che abitava in un'altra città.
Ogni tanto ci eravamo anche intravisti, in compagnia. Avevamo scambiato
qualche parola… volevo mostrarmi diversa, ma inevitabilmente finivo per
pendere dalle sue labbra. E non facevo nemmeno tanto per nasconderlo. Ma
era da parecchio che non mi telefonava.
Dopo qualche giorno dall’anticipazione che mi aveva fatto Carmen, ricevetti
una sua chiamata.
- Ciao… Mi ha dato il tuo numero Carmen e…
- Ah, sì… certo. Be’…
Io ero ovviamente imbarazzata, ma la cosa che mi stupì fu che sembrava
esserlo anche lui. Cercai di mantenermi più fredda possibile… anche quando
lui mi invitò a farmi vedere più spesso in compagnia.
E una domenica pomeriggio lo rividi per più di due ore consecutive.
Camminammo vicini per qualche chilometro, in quel parco… era autunno,
quasi inverno e faceva piuttosto freddo. Eppure il pomeriggio passò discretamente
bene: non toccammo nessun argomento che ci riguardasse entrambi, si parlò
di lavoro, di amici… non fece nessun apprezzamento sul mio aspetto, anzi,
fulminò con un’occhiata uno degli altri ragazzi che spesso faceva delle battute
sulla mia ciccia.
Eravamo stati abbastanza bene… ma non avevo nessuna intenzione di ritornare
a pensare ad un’eventuale storia con lui.
Non me ne fregava nulla… sapevo che tanto era fatto così… almeno questo
l’avevo capito, in quei due anni. Io ero rimasta legata ad un ricordo, a
quei giorni fantastici… mi ero rassegnata alla mia infelicità perché tanto
lui non poteva volermi bene e un altro come lui non c’era, al mondo…
Dopo qualche giorno, tuttavia, mi telefonò per invitarmi al cinema.
- …sai quella cosa di cui si era parlato domenica? Se ti va, possiamo
andarci noi due, magari al primo spettacolo perché poi, domani, devo andare
fuori città…
Accettai. E fu una serata piacevole.
Ero ben conscia di non starmi facendo illusioni.
Continuammo a sentirci… Non posso negare che ritornai a provare un minimo
di interesse nel rivedere la compagnia… presto mi reinserii tra Walter, Carmen
e il suo tipo.
Ritrovai un po’ di quella voglia di scherzare che avevo perso da tempo:
Walter era simpatico come sempre, aveva tanta voglia di fare, di uscire…
sembrava un pizzico più maturo di come me lo ricordavo…
Anche nei discorsi che faceva. Con la consueta classe un giorno mi domandò
se avevo un ragazzo, se stavo bene… con molto tatto mi chiese anche se per
caso non fossi ancora innamorata di lui: io ci rimasi, per un po’… poi gli
risposi che no… che naturalmente era tutto passato… Non so quanto potessi
sembrare convinta, perché a volte lo guardavo negli occhi e mi lasciavo cullare…
e sentivo dentro di me la voglia di abbracciarlo e di baciarlo.
Ma cercai di resistere.
Iniziai ad uscire regolarmente con Walter, la mia amica Carmen ed il suo
ragazzo.
E, anche se non lo volevo ammettere, mi immaginai un simulacro dell’amore
in quelle uscite in doppia coppia. Non potevo avere il mio Walter, non volevo
avere nessun altro uomo al mondo… e mi andava più che bene vederlo così.
Fu una cosa squallida, patetica. Ma, data la situazione, mi sembrò la
cosa migliore, l’unica che potessi fare.
Capitolo 4
I miei non sapevano che avevo ricominciato a vedere Walter.
Non sarebbe stata ben accolta, questa notizia… e poi, non c’era nessun bisogno
che loro lo sapessero: avevo la mia casa, la mia vita… se fossi stata felice
forse avrebbe avuto un senso parlargliene, ma siccome ero sempre nel limbo,
non ce n’era motivo.
E… subito dopo Natale mio padre iniziò a sentirsi male.
Cominciò la sera del suo onomastico… era gennaio… subito dopo mangiato
provò un forte dolore al petto… chiamammo un medico in tutta fretta, e la
cosa sembrò finire lì.
Ma gli esami che fece dopo qualche giorno portarono la ferale notizia
che c’era qualcosa che non andava, nei polmoni… era sempre stato un accanito
fumatore, con molta probabilità dipendeva da questo, come dissero i medici.
Fu ricoverato per tre giorni, e poi tornò a casa.
Era sempre a casa mia.
Scherzando, diceva che prima di morire avrebbe voluto vedermi sistemata…
"ma se per aggiustare il tuo cuoricino non posso fare nulla, per la tua casa
invece posso, eccome!"
Quanto mi manca… qua c’è una sua foto, e qua un’altra…
Quei piccoli attacchi si succedettero con frequenza regolare, in quei
mesi. Ci fu una volta che dovemmo correre in ospedale in piena notte, perché
la crisi non passava. Da quel giorno tornai a dormire spesso a casa dei
miei… e decisi anche di prendere finalmente la patente.
Mio padre la colse come un’ulteriore occasione per rendersi utile: mi
fece fare le prime guide nella stradina cieca e rispolverò insieme a me
i segnali stradali.
"Senti, Monica, se per caso dovessi morire… Ma di sicuro non accadrà..."
sdrammatizzava così, con qualche battuta, l’apprensione che aveva colpito
me e mia mamma.
Ormai ero soltanto più io a chiamare Carmen.
Le raccontavo di Walter, di quello che stavo provando… ma non ricevevo
quei consigli che mi sarei aspettata.
Le parlai anche di mio padre, al che lei si mostrò un pizzico più interessata
e disponibile.
C’era qualcosa di strano, in tutto questo, che non si poteva spiegare
solo col fatto che Carmen aveva il diritto di farsi la sua vita e non poteva
sempre essere a mia disposizione.
Potevo continuare a colpevolizzarmi, pensando che forse ero diventata
talmente paranoica e monotematica con questa storia di Walter da stufare
tutti… e infatti lo pensai. Potevo pensare altre mille cose, dal fatto che
non riuscivo più a condividere gli interessi di lei a… Eppure qualcosa non
quadrava… e lei non mi parlava quasi più dei suoi interessi, né tantomeno
cercava di coinvolgermi come una volta.
- …mi dispiace, per il tuo papà… sai, anche mio padre è stato male qualche
tempo fa…
Queste furono le uniche parole che Carmen sprecò in relazione ai miei
problemi familiari. Anche quando la situazione peggiorò, da lei non ricevetti
che generiche frasi di circostanza.
E invece Walter continuò a farsi sentire.
Ci vedevamo nel week-end con la compagnia, al solito… poi, a volte, in
settimana, uscivamo a fare due chiacchiere. Che atmosfera c’era, quella volta
in quel bar… Era proprio come se fossimo di nuovo io e lui, la musica giusta,
la sua voce…
Io continuai a vivere quella situazione sempre più patetica: provavo un
discreto piacere nel sottomettermi per l’ennesima volta a Walter, uscendo
con lui, soffrendo dentro perché non c’era nessuna possibilità di tornare
a stare insieme, ma prendendo per buoni quei contentini che lui mi dava.
Oh, ma certo, lui non ne era colpevole: ero io quella che non riusciva a
dimenticarlo… se avessi voluto avrei potuto farmi la mia vita, in quegli
anni che erano passati; e non era certo colpa sua se non l’avevo fatto.
A volte mi stupivo che ci potessimo incontrare con tanta scioltezza… senza
che ci fosse nulla di più tra noi: andai molto vicina a pensare che se avessi
fatto un solo passo di più probabilmente avrei riconquistato il mio uomo.
Ma… sarà perché ero preoccupata per mio papà… ciò non accadde.
Parlai anche a Walter di quello che stava accadendo nella mia famiglia:
lui si mostrò più comprensivo di Carmen, ma solo in piccola parte.
E lì constatai un’altra cosa strana…
Non avevo mai fatto un discorso serio con lui… Avevamo sempre solo parlato
di noi, del nostro presente… un eterno presente fatto di serate, di discoteche,
di amici, di ragazzi e ragazze… Mai un accenno al futuro... sì forse non
ce n’era nemmeno stato il tempo, però... a tutto ciò che costituiva la vita…
e la morte.
Dopo qualche tempo, mio padre tornò per l’ennesima volta
in ospedale… Mia mamma mi telefonò al lavoro per avvisarmi che non era una
crisi particolarmente acuta, ma che comunque il dottore aveva consigliato
di farlo ricoverare. Subito avevo avvertito Carmen… non l’avevo detto esplicitamente,
ma mi sarebbe servito un passaggio per l’ospedale, a fine turno… Mi aspettavo
che lei capisse al volo, come sempre… e me lo proponesse lei…
Ma la risposta non fu propriamente quella.
Carmen accettò di accompagnarmi solo dopo che io glielo chiesi direttamente,
quasi pregandola… fui un po’ titubante, vista la sua fredda reazione. Mi
sembrò seccata… fece tutte le sue cose con calma mentre io era già pronta
allo scoccare esatto della fine del turno.
Non fu l’unico episodio.
Qualche sera prima avevo avuto modo di ascoltare una frase, detta da Carmen…
che ero sicura di aver male interpretato:
"…adesso non possiamo nemmeno fare la festa da Monica, perché lei è sempre
dai suoi…"
Sarebbe stata decisamente poco carina… non volevo credere alle mie orecchie…
L’avevo sentita di sfuggita mentre salivo in macchina, però non ebbi modo
di pensarci più di tanto, perché di lì a qualche giorno mio padre iniziò
a perdere conoscenza.
Mi cadde il mondo addosso.
Tutti i colleghi dell’ipermercato mi videro ridotta ad uno straccio… in
effetti, per loro, era forse una scena già vista. E tutti i colleghi, compresa
Carmen, si limitarono ad esprimere il loro freddo conforto…
Adesso, ad anni di distanza posso dire che fui davvero stupida… se avevo
sofferto tanto per Walter che cosa avrei dovuto fare per la possibile perdita
di mio papà?
Invece, lì per lì… finii per comportarmi come se fossero stati solo due
eventi paragonabili.
Paragonabili ad un terzo: ero stata tradita dalle due persone in cui avevo
riposto una smisurata fiducia… quelli che mi avevano promesso il mondo… il
loro mondo esteriore ed interiore…
Passai delle giornate intere in ospedale, insieme a mia
mamma o da sola… ormai davano per certo che lui fosse prossimo alla fine…
Ero disperata. Ma le parole non possono rendere l’idea: e, purtroppo, nemmeno
le pagine di questo diario.
Non poteva morire… era giovane, aveva soltanto cinquantotto anni… dovevo
ancora fargli vedere che non ero solo una stupida ragazzina, che ero in grado
di fare qualcosa di serio nella vita, oltre a prendere delle insulse sbandate
di tanto in tanto.
Fino all’ultimo ne parlai con Carmen, e lei, distaccata come al solito,
mi accompagnò diverse volte in ospedale… decisamente non era più l’amica
disponibile di un tempo, ma in quel contesto non ci feci molto caso: chiunque
potesse darmi un po’ di supporto era ben accetto.
Fu probabilmente per quello che non considerai strano il fatto che, un
paio di volte, mi ritrovai anche Walter vicino al letto di mio padre… Non
l’avevo invitato io… lui non c’entrava niente e poi la sua presenza avrebbe
fatto a pugni con… con tutto il resto. Però… accettai lui e la sua partecipazione.
Purtroppo non servì a nulla.
Mio padre morì dopo altre due settimane di sofferenza.
Il corpo esanime, il funerale… i giorni passati in silenzio a casa di
mia mamma... il vuoto…
Presi qualche giorno di ferie per stare a casa con mia
mamma che si sentiva come e peggio di me… Ancora per qualche giorno continuai
a sentire Carmen, a cercarla durante le pause… e contemporaneamente ricevevo
le telefonate di Walter che, specificando innanzitutto quanto si sentisse
inadatto a consolare una persona che stava subendo quella sofferenza, si
interessava a me e a come stavo affrontando la situazione.
Ma perché chiedeva a me le cose che già sapeva da Carmen, dato che in
compagnia si vedevano sempre? Lo faceva per gentilezza, d’accordo, ma…
Poi, sia Carmen che Walter scomparvero: lei continuai a vederla sul lavoro,
ma ritornammo al livello di estraneità che tenevamo all’inizio. Walter smise
di telefonarmi e anch’io smisi di frequentare la compagnia.
Ma non espressi nessun giudizio… non lo feci volontariamente: semplicemente,
in quel periodo ebbi molto altro a cui pensare.
Forse avevo perfino paura di mettere a fuoco come erano andate veramente
le cose… Avevo perso dapprima il ragazzo che più avevo amato, poi mio papà
e ora stavo perdendo la mia più grande amica…
Ma un bel giorno decisi di prendere in mano la situazione: mi sarebbe
costato caro… ma dovevo farlo.
E molti giudizi che avevo espresso cambiarono radicalmente.
* * *
Il modo in cui Davide semplificava, chiarendoli, i fatti
era davvero sbalorditivo.
- …non hai pensato all’eventualità che Carmen ti abbia usata per costruirsi
una compagnia, che Walter ti abbia usata per fare bella figura con gli amici…
e che poi entrambi ti abbiano usata per ricominciare a frequentarsi…
Ogni volta che Davide ha ripetuto quella fredda analisi sulla mia vita,
ha sempre aggiunto qualche manifestazione di affetto: un regalo, un bacio,
un abbraccio come quelli che solo lui mi sa dare. Sa che non mi sento ancora
adesso molto bene quando ripenso in quei termini a come andarono le cose.
Ma la prima volta… non fu proprio così.
Mio papà era mancato da un paio di mesi… forse tre, era
maggio, sì…
In tutto quel tempo non ero praticamente mai uscita di casa: non facevo
altro che lavorare, aiutare mia mamma… poi avevo in ballo quella storia
della patente… insomma, ero stata molto presa.
Gli amici, compresi Carmen, Walter e anche Simona, che avevo avvisato
per darle la triste notizia… ci eravamo poi viste al funerale… dicevo, gli
amici erano passati decisamente in secondo piano.
Avevo telefonato qua e là a qualcuno della compagnia, tanto per sentire
come stavano… non a tutti avevo parlato di mio papà… be’, probabilmente
la notizia si era sparsa…
Qualche amica mi aveva richiamata, ogni tanto… ah, sì, Nicoletta mi aveva
fatto gli auguri di compleanno… Ah, be’, sicuramente anche Irene, che in
genere non si dimenticava mai della mia festa.
E Davide…
Un bel giorno lo incontrai all’ipermercato… io non lavoravo più alla cassa,
ma comunque giravo spesso per quelle zone, per questioni di conti o di resi…
Qualche altra volta l’avevo visto venire a fare la spesa lì, insieme ai
suoi genitori o a sua madre… capitava di rado, come mi aveva spiegato lui,
perché era un po’ scomodo per loro, e poi lui odiava fare la spesa e ci
veniva solo se suo padre proprio non poteva. Già… che sciocca, in effetti
lui accompagnava sua madre quando il papà non poteva… e io credo di non
aver mai riconosciuto i suoi… Forse è anche per quello che ci hanno messo
così tanto ad accettarmi nella loro famiglia…
Quella volta era da solo… Era appena uscito dalle casse e stava trasportando
un paio di grosse borse. Non essendo più in cassa, io avevo smesso di fare
quegli orari folli, anche se difficilmente riuscivo ad andarmene per le sei
come sarebbe stato giusto.
Ci salutammo in contemporanea… sembrò un po’ stupito nel vedermi con quel
camice azzurrino… sapevo che non contribuiva certo a rendermi più snella,
ma era obbligatorio indossarlo.
Le nostre vite dovevano evidentemente convergere, in qualche modo… e le
parole che ad entrambi vennero spontanee in quell’occasione erano proprio
dettate dal destino.
- Se riesco, porto ancora questo plico fin su e poi me ne vado… - gli
dissi. – Tra l’altro, non ho niente da mangiare in casa… devo ancora fare
la spesa.
- Ah, io sono qua perché i miei proprio non potevano andare a fare la
spesa e… mia madre mi ha preparato una lista e metà delle cose non le ho
trovate…
Indicò le borse. – Ho trovato le pizze, sì, quelle sì… - disse, lasciando
intendere che almeno quel che era più di suo gradimento l’aveva trovato.
L’ultima cosa che io avrei fatto sarebbe stato invitare Davide a cena…
E l’ultima cosa che lui avrebbe fatto sarebbe stato offrirmi una parte delle
sue provviste…
Se non fosse stato per me!
Eppure non lo feci consciamente.
Era tardi, non avevo nessuna voglia di ritornare dentro per un giro tra
gli scaffali… A dire il vero non avevo neanche tanta voglia di mangiare
da sola: ero tornata a stare da me, anche perché la casa non poteva essere
abbandonata a se stessa troppo a lungo… il limbo che mi circondava era diventato
uno status sopportabile. Ogni giorno avevo tutta una serie di cose da fare:
lavorare, passare da mia mamma, mettere a posto casa mia, passare da scuola
guida, affittare una videocassetta per la serata. I rapporti con il prossimo
erano ridotti al minimo e nulla poteva coinvolgermi o anche solo intaccare
la mia routine.
In uno slancio improvviso, dissi a Davide "certo che, cavallerescamente,
potresti dividere con me le tue provviste…"
Mi venne da pentirmi di quelle parole appena le pronunciai, ma poi mi
dissi che tanto ero sufficientemente schermata dal limbo da non dovermi
fare nessun tipo di problema.
E lui, imbarazzato, mi rispose farfugliando un "Eh? Ah, sì, certo… Ma
certo che puoi prendere quello che vuoi…"
Lui non ci aveva nemmeno pensato a fare un gesto gentile nei miei confronti…
anzi, possibilmente la cosa lo scocciava anche un po’: infatti continuò dicendo
"al limite, in cambio tu potresti aiutarmi a trovare le altre cose che voleva
mia madre…"
Quante volte gli ho rinfacciato questa scena!
"Ma ti rendi conto?" – gli dico sempre. "Una ragazza ti invita a cena…
vabbe’, con la tua spesa, ma che c’entra… e tu fai una faccia schifata e
poi cerchi anche di farglielo pesare? Ma se dovevo comunque tornare tra gli
scaffali, allora non avevo più bisogno della tua cena!"
Se non fosse stato per me…
Un po’ stupita dalla sua reazione, andai comunque ad ultimare il mio lavoro,
poi lo raggiunsi nuovamente all’interno della galleria e insieme lo accompagnai
a comprare quello che mancava.
Uscimmo… lui andò a portare le provviste dai genitori mentre io, con le
sue pizze, andai verso casa mia.
Non è che mi aspettassi di parlare di chissacché… in quella
serata. L’avevo fatto, a livello cosciente, proprio soltanto per non stare
da sola. Ma è chiaro che qualche percezione l’avevo avuta… okay, voglio essere
gentile, l’avevamo avuta…
Mi aspettavo comunque una persona… come lui aveva sempre descritto la
sua vita, dedita a guardare la tv, a parlare di pochi argomenti ben precisi
e a banalizzare in una mancanza di interesse tutto il resto.
Invece…
- Vedo che non hai avuto tempo di lavare i piatti della colazione… stamattina…
Dai, ti do una mano…
Mi stavo togliendo le scarpe quando sentii questa frase e non credetti
alle mie orecchie: tornando in cucina lo vidi intento a sciacquare e…
Cercai di fermarlo, dicendogli che naturalmente non era necessario… lui
era solo un ospite…
In altre occasioni avrei pensato che lo facesse per farsi bello ai miei
occhi e che avrebbe passato la serata ad angosciarmi con continui tentativi
di rendersi utile o piacevole.
Ma non era così… Davide lo faceva per un senso dell’ordine, della riconoscenza
che gli erano innati. E quanto al fare qualcosa nei miei confronti… attese…
come aveva fatto per tutti quegli anni, che io gliene dessi la possibilità.
Presto le pizze furono pronte…
La tv iniziò a parlare di politica, poi c’era un film che… adesso non
ricordo…
Ricordo però che non uscirono frasi banali dalla sua bocca, e… stranamente,
neanche dalla mia, sebbene fossi un po’ preoccupata… in tutti i commenti
che facemmo sul mondo e sui "fatti del giorno".
E… quando ormai stavamo per salutarci… Davide si era già alzato dalla
sedia e si stava nuovamente soffermando sullo scaffale che conteneva… che
contiene tuttora i miei libri, i miei dischi, poi si era girato verso di
me…
- Sono contento di vederti bene, Monica… Davvero, ormai le tue notizie
arrivano molto rarefatte e…
"Mi vede bene", pensai, cercando di apprezzare il complimento che comunque
sapevo essere finto.
Senza nemmeno pormi il problema di quanto potessero interessare a lui
le mie notizie, la frase tuttavia mi incuriosì e tirai la testa fuori
dal limbo.
- Ah sì? E che notizie arrivano? – dissi, sorridendo.
- Be’, che hai sofferto moltissimo per tuo papà… a proposito, credo di
non aver neanche avuto modo di farti le mie condoglianze…
Si fermò per un attimo.
- …ma, non voglio farti rievocare dei brutti momenti…
Mi affrettai a frenare il magone che saliva, e feci un cenno con la testa,
come per minimizzare.
- E poi, be’… non ti abbiamo più vista… e tutti dicono che sei molto cambiata,
che non esci più e pensi solo al lavoro…
- E a mia mamma… ha tanto bisogno di me, adesso… - puntualizzai.
- Sì, certo... E… sai, ogni tanto vedo Gigi e Simona… A proposito, tu
li senti spesso?
Mi vergognai tantissimo nel rispondergli che dopo il matrimonio ero andata
una sola volta a trovarli nella casa nuova…
- Be’… non so se posso permettermi di… ma vorrei perorare la teoria di
Simona su come alcune persone ti hanno rovinato l’esistenza. Ho una mia idea…
La curiosità superò qualunque blocco psicologico rispetto al sentire ancora
parlare di Walter, adesso che bene o male esisteva solo più nel mio ricordo.
- Sentiamo… quale idea?
Ci pensò un momento, poi con insospettata profondità mi fece due domande…
che mi ricordo alla perfezione:
- …com’è che sei sempre realmente stata? Cos’è che hai sempre sognato?
- In che senso? - gli domandai, d’un tratto un po’ alterata.
E di lì Davide mi condusse in una ricerca introspettiva da cui emersero,
chiari come il sole, tutti quei sospetti che avevo sempre avuto su Carmen,
su Walter e, in fondo, anche su me stessa… Accidenti, non solo la sua teoria
calzava alla perfezione… in fondo, forse, non ci voleva nemmeno una grande
scienza per interpretare così quei fatti… ma la cosa bella era che lui faceva
dei riferimenti alle date, alla psicologia delle persone, alle sue conoscenze…
che mi sbalordirono e mi aiutarono a parlare di ogni cosa senza mai sentirmi
stupida o imbarazzata.
E pensare che sono io quella che tiene un diario così accurato! Mi sentii
così sciocca... evidentemente lo scrivevo ma non lo rileggevo mai.
Andammo avanti fino alle tre di notte… forse era anche più tardi.
Poi Davide interruppe il mio sfogo… Con molta crudezza, senza una lacrima,
gli avevo raccontato tutta la mia vita di quegli anni, tutto quello che avevo
provato, le mie gioie, le mie sofferenze.
Se non fosse stato per il suo tatto… "devi alzarti presto, domani… è meglio
che vada…" sarei andata avanti ancora. Quando lo salutai vidi una persona
decisamente diversa dal giorno prima.
Mi sentivo più leggera: il limbo era stato abbattuto. Ma… adesso, dovevo
di nuovo fare i conti con la vita e non era così facile. Per fortuna… per
la prima volta… in quel senso, non ero più da sola.
* * *
Non fu dal giorno successivo a quella cena che io e Davide
cominciammo a sentirci o vederci sempre.
Quel giorno, in particolare, fui talmente stordita per aver dormito solo
quattro ore che non potei pensare a null’altro che a cercare di concentrarmi
sul lavoro.
Ma poi, verso sera… mentre mi preparavo ad andare a dormire presto e già
assaporavo la comoda camicia da notte ed il lettone morbido… non avevo la
voglia né la forza di meditare su quello che era uscito fuori dalla conversazione
con Davide, ma mi venne in mente che ai tempi di Walter dormivo sempre così
poco eppure ce la facevo lo stesso.
Ma fu solo un breve flash… il sonno mi colse subito.
Quando tuttavia, nei giorni seguenti, misi a fuoco il significato di tutti
quei discorsi… puntai dritto verso la pazzia.
Dunque era vero… Come poteva essere altrimenti?
Spinta dalla mia curiosità e dall’inesperienza, che comunque non è una
scusa valida… ah, se mi potesse sentire il mio papà… mi ero fatta portare
in un mondo che non era il mio, con persone che non erano mie amiche… ma
forse soprattutto non erano mie complici.
E… cosa più grave, ad un certo punto avevo reagito in un modo che non
era quello giusto. Ma, prima di arrivare a comprendere quest’ultimo concetto,
passarono degli altri giorni.
Mi guardai allo specchio… mi guardai negli occhi e mi domandai se davvero
avevo desiderato essere quel tipo di persona, se davvero era stato così importante
apparire più che essere…
Era il primo livello di analisi a cui potevo sottopormi.
Ma… non era quello il punto.
Ripensai a quando giravo per le discoteche tutta in tiro… ai complimenti
che ricevevo, anche al di là di Walter… sorrisi: non potevo dire di voler
cancellare quei momenti.
Quella… vanità… non era, non poteva essere stata così dannosa: era solo
un legittimo desiderio di essere notata che, ogni tanto, voglio dire, nella
vita…
In qualche maniera, incominciai a sentirmi di nuovo in sintonia con il
mio corpo: solo più avanti Davide mi avrebbe fatto notare che, probabilmente,
avevo deciso di ingrassare e lasciarmi andare per una sorta di punizione
psicologica.
E allora…?
Mi ero innamorata della persona sbagliata: d’accordo… Ma potevo essere
l’unica ragazza che sbaglia, al mondo? No… e allora perché dopo quasi tre
anni non ne ero più venuta fuori?
Mi risposi che Walter era davvero troppo speciale. Forse gli altri non
lo vedevano così, ma per me lo era. Per gli altri era solo belloccio e alto,
ma per me aveva significato e… significava, ancora in quei giorni, un sogno.
Un sogno infranto: forse era per quello che non riuscivo a farmene una
ragione, anche se, in realtà, negli ultimi tempi stavo lentamente mettendo
da parte quella storia.
E Carmen?
Come poteva una persona così gentile, carina, disponibile… avermi scaricata
quando ne avevo bisogno?
Questo proprio non riuscivo a concepirlo.
In quegli ultimi mesi non la vedevo più tanto, avendo cambiato mansione
all’ipermercato.
Ma non è che avessi preso ad odiarla, o che non la cercassi e la evitassi
volontariamente. Non capivo perché mi avesse abbandonata… non ci capivo niente
e quindi preferivo semplicemente non pensarci. Tanto stavo vegetando: a
testa bassa affrontavo le mie giornate e tutto scorreva via senza che io
avessi necessità di elaborare dei pensieri.
Quando, ad un tratto, lessi nella mia mente ed applicai il giudizio di
Davide… "opportunista, sfruttatrice, falsa", fui presa dal panico.
Avevo abbandonato la mia amica Simona per riporre tutta la mia fiducia
in Carmen… ero stata presa in giro alla grande… dunque, di chi potevo fidarmi?
E soprattutto… che considerazione potevo avere di me stessa, se chiunque
poteva farsi beffe dei miei sentimenti e del mio cuore?
Lottai con forza in questa nuova sfida che la vita mi sottoponeva… Vivevo
con un continuo batticuore, diffidando di ogni cosa… ero nervosissima sul
lavoro e non riuscivo più a dormire. E quando mi vidi così disperata da invocare
nuovamente una soluzione estrema… decisi di parlare ancora con Davide.
In quelle due o tre settimane ci eravamo sentiti piuttosto
regolarmente… lui mi chiamava e io lo richiamavo, parlavamo di diverse cose
ma la discussione di quella sera era stata liquidata con un semplice "ti
ringrazio per avermi ascoltata…", al che lui aveva risposto con un glaciale
"dovere… per un’amica in crisi…"
Quando gli telefonai per chiedergli se poteva dedicarmi ancora un po’
di tempo dovevo essere un po’ agitata. Lui mi ha sempre ripetuto che si
capiva lontano un miglio, anche se quella sera non disse nulla.
Passai a prenderlo a casa sua con l’intenzione di andare in qualche locale
ma… non avevo fatto neanche un chilometro e stavo già arrivando al punto.
Accostai la macchina… continuammo la lunga discussione sotto un lampione,
nel controviale… quando avevo capito che non sarei stata fredda come la volta
prima e che mi sarebbero presto venute agli occhi delle lacrime molto amare,
avevo preferito evitare il pubblico.
- Se loro… proprio loro mi hanno tradita… che cosa devo fare? Come posso
andare avanti se non so distinguere le persone sincere da quelle false… di
chi posso fidarmi?
Mi stavo per certi versi contraddicendo da sola.
Andavo a raccontare a una persona tutto sommato estranea dei fatti privati
molto personali e soprattutto stavo riponendo nelle sue mani tutta me stessa…
Avevo bisogno di un consiglio, di un supporto… ma mi stavo lamentando di
essere stata tradita da persone che non conoscevo… con uno che conoscevo ancora
meno.
Eppure, di qualcuno dovevo pur fidarmi.
E Davide fu quel qualcuno. E non solo.
Se mi avesse risposto semplicemente "fidati di me"… mi sarei sentita forse
al sicuro, ma probabilmente ora io e lui non saremmo prossimi al grande passo…
Invece partì con un’altra analisi sui comportamenti umani che ascoltai
nuovamente con grande interesse.
- Sai… è vero… probabilmente, anzi, sicuramente, sei stata usata… e questo
è male. Però… è successo una volta… non mi sembra che nella vita tu ti debba
considerare una stupida integrale.
Sorrisi, tra le lacrime. Sentii forte il bisogno che qualcuno... che lui
prendesse le mie mani tra le sue: ero nuda... ogni corazza, ogni difesa era
stata rimossa.
- E poi… è successo un’altra volta, e hai detto che hai provato quello
non avevi mai provato prima: e questo non è così male, no? Sì, poi è finita,
però… E il fatto che questi due eventi siano capitati a così breve distanza,
sovrapponendosi… è stata questa coincidenza a causare gran parte dei tuoi
problemi…
Girata verso di lui, continuavo a stropicciare nervosamente il bordo dei
jeans con una mano, mentre l’altra si affrettava ad asciugare gli occhi quando
serviva.
- Quindi, c’entra molto anche il caso… direi che tu non sei affatto una
sprovveduta che non sa badare a se stessa. E, quanto a Carmen… lo dici tu
stessa: lei ti ha trattata come tu hai voluto. Certo, non l’ha fatto per
te, ma per se stessa. Ti ha cercata quando le servivi, ti ha portato con
sé nelle notti folli e tu eri d’accordo, poi ti ha fatto vivere l’amore e
la solitudine come a lei piaceva e tu eri d’accordo. Non c’è nulla di male:
tu sei dolce e romantica e sensibile, lei è dolce e romantica e superficiale…
secondo me…
Non ero molto lucida, in quel momento, ma… mi ricordo che mi rimase impresso
quel "secondo me"… Davide non lo diceva mai… era sempre molto sicuro delle
sue analisi, posso ben dire con piena ragione.
In quel momento, tuttavia… mi parve di capire che quelle due paroline
nascondevano qualcosa… magari, tra le righe, addirittura una dichiarazione
di sentimenti da parte del "glaciale" Davide.
Lì per lì continuammo a parlare… Raccontai, d’accordo con quello che lui
aveva esposto, qualche altro particolare di me e di quel periodo.
Poi lo riaccompagnai a casa… mi ricordo che scherzammo sul fatto che alla
fine non eravamo più andati da nessuna parte e fui tentata di proporgli di
venire a bere qualcosa da me.
Passarono altri giorni.
Mi ero un po’ tranquillizzata…
Sapevo di poter contare su Davide, ora… magari dovevo ancora
capire se come amico o se soltanto come psicologo, ma comunque…
E richiamai Simona… un po’ imbarazzata, facemmo quattro chiacchiere su
tutto e quando sentii che mi diceva "ti trovo più allegra… come stai?" non
potei far altro che ringraziarla e contemporaneamente scusarmi per tutto
quanto era successo.
- Passo a trovarvi domani sera! – le dissi, fiera. E lei ne fu molto felice.
Decisi che avrei semplicemente ignorato Carmen. Non volevo nessuna vendetta…
in fondo, come diceva Davide, non era stata colpa sua…
Eppure… mancava ancora qualche dettaglio…
Davide mi chiamò, com’era ormai consuetudine, una sera
e mi domandò se avevo voglia di parlare ancora un po’ di… quella storia.
"Ti voglio mettere alla prova…" mi aveva accennato.
Anche lui mi aveva detto che stavo decisamente meglio, rispetto a qualche
settimana prima… ma in quell’occasione non volle sbottonarsi su che tipo
di prova dovesse essere.
E venne a trovarmi dopo cena… Per ricompensarlo della mancata serata al
pub preparai una cena speciale e un tavolo con una vasta scelta di drink.
Andò subito al sodo…
- Sai, tutto quello che abbiamo detto di queste persone… è corretto… si
è detto che era colpa di Carmen ma un po’ anche tua… ma… - Esitò. - …io
sono felice che tu stia meglio, ma, ecco…
Che cosa poteva essere così arduo da esprimere per costringerlo a un tale
giro di parole?
- …Carmen e Walter stanno insieme… anzi, gira voce che convivano… da almeno
un mese…
Fui raggelata. Per un attimo mi sentii di nuovo come… prima, abbattuta
come ero stata prima di rimettere il naso fuori dal mio torpore.
Mi alzai dalla sedia… con lo sguardo perso nel vuoto andai verso il balcone.
Fu la prima volta che Davide mi seguì e mi venne vicino.
- Non sapevo come dirtelo… Posso… posso esporti il mio pensiero? – mi
domandò.
Non mi volsi nemmeno a guardarlo… feci un cenno e sentii nuovamente le
lacrime in gola… il buio e il freddo che entravano dentro di me…
- Io… non credo che tu c’entri più… Si sono trovati e probabilmente adesso
sono la coppia più felice al mondo… Non credo che abbiano mai complottato
qualcosa alle tue spalle… loro sono fatti così… vuoti, inesistenti, eppure
così abili nell’infondere la carica, la forza in chi vuole seguirli.
Quelle parole avrebbero dovuto tranquillizzarmi, forse…
E in effetti, dopo qualche ulteriore attimo di silenzio, il groppo in
gola sembrò sciogliersi.
Ma sorse in me un’altra emozione che Davide non aveva considerato… avrebbe
dovuto essere una donna per pensarci: la gelosia. No, anzi… un attimo dopo,
vidi con chiarezza la sua variante perversa: il desiderio di provocare gelosia.
Walter che mi cercava… e Carmen che cercava lui.
Ecco perché lui sapeva i fatti miei… ma mi faceva comunque tutte quelle
domande: loro si vedevano in compagnia, e poi Walter mi chiamava… quando
c’era Carmen era vicino a lei, ma poi veniva a cercare me… sapeva che io
non mi sarei mai rifiutata di uscire con lui… ero perfetta per i suoi scopi:
far crescere in Carmen l’interesse per lui.
Che idiota! Avrebbe dovuto saperlo che quell’interesse c’era già… ma,
forse… lui voleva fare di più, come aveva fatto con me… voleva essere adorato…
Fui colta da un violento scatto d’ira.
Davide mi racconta sempre che dovette afferrarmi con forza per le braccia
e impedirmi di uscire di casa… che non mi aveva mai vista così arrabbiata.
Ero corsa a cambiarmi ed ero fermamente intenzionata a correre a casa
di Walter e dargliele di santa ragione, facendo una scenata che avrebbe
almeno parzialmente smussato il suo carattere.
Ma… con calma, lentamente, Davide mi convinse che non era il caso.
- Monica… loro sono fatti così… sei tu che non sei come loro… e… sei migliore
di loro. Tu non appartieni al loro mondo… ci sei solo passata… ma adesso
puoi tornare alla tua vita.
Ritornai in me.
Mi versai un altro po’ di cocktail, gli chiesi scusa e mi asciugai le
ennesime lacrime.
Erano finalmente le ultime.
* * *
Da quel giorno del mio compleanno del 1997, così prossimo
a San Valentino… sì, come tutti gli anni, certo… mi sembra di sentire la
puntualizzazione che mi fece Davide quella sera come corollario a questa mia
stupenda battuta… da quel giorno così ampiamente ricamato su questo diario,
abbiamo coniato una parola d’ordine tutta nostra.
Uno dei due parte con "as long as you’re near me" e l’altro prosegue
con "nothing I know can take your place".
E’ nata dopo averla sentita in qualche discoteca… una di quelle rare volte
che sono riuscita a portarci Davide da quando usciamo insieme.
Ah… non è che ci tenga particolarmente nemmeno io, ormai. Però, di tanto
in tanto…
E, come mi è passata la mania di andare a ballare, allo stesso modo Davide
può star tranquillo che io non proverò mai nostalgia per nessuno dei miei
ex!
Iniziammo ad uscire insieme… cioè, possiamo stabilire una
data ripensando a quel giorno che, salutandolo mentre scendeva dalla mia
macchina, deviai dal consueto bacetto sulla guancia per andare verso la sua
bocca. Era un gesto che mi era venuto proprio da dentro... ci tenevo a dimostrargli
quanto gli volevo bene. Ma fu solo un istante: lo vidi bloccarsi per un attimo…
poi mi salutò e scese dall’auto.
Però, quando ci rivedemmo dopo un giorno o due… mi ricorderò sempre di
come si avvicinò a me… eravamo seduti vicini in quella birreria… tanto per
cambiare ci eravamo visti subito dopo il lavoro e io ero in condizioni un
po’ così…
Si diresse verso i miei capelli, afferrò la pinzetta e li sciolse… Fu
una delle prime volte che mi fissò negli occhi, e io non avevo mai osservato
con attenzione quegli occhi… prima di capire quanto lui fosse importante per
me.
Un bacio… l’imbarazzo che ne seguì e la scioltezza con cui ne venni fuori…
Capii due cose in quell’istante: stavo ritornando ad essere me stessa… e
Davide aveva bisogno di me almeno quanto ne avevo io di lui.
Davide è un bonaccione, precisino, meticoloso… Avevo sbagliato
a pensare, all’inizio, che avesse soltanto pochi interessi limitati, che
non gli piacesse divertirsi… addirittura che non gli piacessero le ragazze.
L’ho conosciuto in ogni sua sfumatura, in questi anni… mi ha parlato a lungo
della sua vita, delle sue esperienze…
Ha mille qualità, ma... mi sono convinta che, semplicemente, in certi
contesti si applica, eppure non riesce proprio ad andare nella direzione
giusta!
Sul lavoro… ha tante idee fantastiche… ma spesso rimangono soltanto teoria.
Però ha dei princìpi sani e solidissimi. E poi… i cambiamenti lo spaventano…
Ha bisogno di tempo per metabolizzarli: ha sempre avuto paura di abbandonare
la sua famiglia, per l’immenso sforzo di adattamento che la nuova situazione
gli avrebbe richiesto.
Inutile parlare di come si è sentito quando abbiamo cominciato a prendere
in considerazione l’idea di sposarci… Ho dovuto lottare per diverse sere
contro le sue obiezioni, i suoi dubbi, la sua paura di non essere pronto Ha
però dovuto arrendersi quando mi ha vista con "lo stesso viso ed il medesimo
sguardo impaurito che avevi quando arrivavi in compagnia e ti rendevi conto
che c’era Walter", e ha detto che per nessun motivo al mondo poteva accettare
di farmi soffrire.
E’ capace di provare sentimenti fortissimi, ma fa così fatica ad esprimerli…
Ha bisogno di tempo e possibilmente di carta e penna: e anche così, mi ha
sempre detto che si sentiva ridicolo a scrivere… sia che fossero sentimenti
per una ragazza o semplici considerazioni o pensieri.
Posso dire di non aver mai letto una sola frase, scritta da lui, che suonasse
noiosa o priva di senso.
Io ho una fiducia smisurata in lui… apprezzo ogni suo gesto, ogni suo
pensiero… Sono sicura che grazie a me sta diventando una persona davvero
completa.
Ecco… mi ha dato la possibilità di fare qualcosa per lui... e, col tempo,
di farmi sentire indispensabile.
* * *
Ho cambiato lavoro, nel 1998…
E sono dimagrita di parecchi chili… posso quasi affermare di essere tornata
al mio peso-forma. Nonostante abbia compiuto trent’anni tutti mi dicono che
ne dimostro molti di meno.
E… un giorno… poteva essere giugno o luglio… ci è giunta voce che Walter
e Carmen aspettavano un figlio, ma lei l’ha perso quando era al sesto o al
settimo mese.
Non abbiamo commentato quanto è accaduto… Cioè… ho dovuto fare forza su
me stessa per evitare di pensare che "le sta bene", per come mi ha… Ma Davide
mi ha convinta che rivangare il passato non serve a nulla… anche se ti hanno
fatto soffrire molto.
Non ci è sembrato nemmeno il caso di dare un colpo di telefono tanto per…
solidarietà. Qui sono stata io ad insistere perché… comunque, il passato
non si cancella. Si può forse perdonare, capire, e mettere da parte.
Per il resto… in questi ultimi diari non c’è molto… i momenti fantastici che abbiamo passato insieme, le risate, tutti i nostri sogni e i nostri progetti… il modo in cui ci siamo dati una mano a vicenda, la felicità che abbiamo… be’, che ho riportato… nei miei rapporti con gli amici…
Non resta che capire quando saremo pronti per il nostro
bambino… E se io frequenterò l’università… dopo tutto questo parlarne.
E rispetto al nostro rapporto… Riuscirò a conservare questi frammenti
della mia vita archiviati sotto forma di diario, senza che lui si senta
solo una pagina fra tante? Quanto ancora mi divertirò nel continuare a rinfacciargli
tutte le volte che mi ha trattata in maniera perlomeno discutibile? E lui
farà lo stesso? Potrò ancora indossare qualche vestito un po’ speciale senza
che nei suoi occhi io debba leggere quell’involontaria, sottile ironia? Rivangherà
ancora gli anni di Carmen e Walter per farmi pesare che… non avevo la minima
considerazione per la persona che oggi amo così profondamente?
‘Til death do us part.
Appendice
Doveva essere una storia sulle promesse, su quanto spesso nella vita ci affidiamo completamente a qualcuno/a… e a volte ne rimaniamo scottati, a volte invece grazie alla sua fiducia riusciamo a costruire un’amicizia o altro…
E poi è diventata la storia di Monica-alias-Dario, dei suoi diari pieni di storie d’amore, di felicità e di sofferenze, di sguardi… di vestitini e di notti passate in discoteche.
E’ stato più facile per me parlare di quanto spesso l’apparenza è stata più importante del vero essere della gente, di quanto le canzoni, le atmosfere, le serate… i sogni romantici abbiano avuto importanza nella mia vita, narrando tutto ciò al femminile.
Sentirsi dire, da chi lo ha letto, che ha dovuto sforzarsi di tenere a mente che questo racconto è stato scritto da un uomo (be’… uomo…) è interessante, quasi… affascinante.
Ho disassemblato la mia personalità e quella di persone che sono state per me importanti tra i diversi personaggi di questo racconto… rivedere con occhi diversi situazioni e comportamenti ben noti ti dà la possibilità di esplorare più a fondo te stesso e i tuoi amici. Quanto di me c’è in Monica e in Davide, quanto delle mie più care amiche c’è in Davide o dei miei migliori amici in Simona… dei miei più grandi amori in Walter o in Giuseppe?
Soprattutto… quanto mi è chiaro quello che ho realmente cercato e desiderato in tutti questi anni? Abbastanza, certo... Ma il coraggio di amare, di dare amore, in Monica ancora non c’è: ha trovato in Davide tutte le sue risposte, ma non ha fatto molti sforzi per capire da dove nascano i suoi sentimenti per lei.
Auguro buon lavoro a chi vorrà divertirsi a cogliere tutte le citazioni ed i riferimenti… i più sottili sono di solito quelli dedicati alle persone che meno sospettano che io le tenga in considerazione.
Dario G, 1/5/99
Appendice 3 / I testi delle canzoni
Pag.5
"As around the sun the Earth knows she's revolving / And the rosebuds know to bloom in early May
Just as hate knows love's the cure / You can rest your mind assured
That I'll be loving you always
Until the rainbow burns the stars out in the sky (ALWAYS) / Until the ocean covers every mountain high (ALWAYS)
Until the day that 8x8x8 is 4 (ALWAYS) / Until the day that is the day that are no more"
(As, Stevie Wonder, ?; G. Michael & Mary J. Blige, 1999)
"Come la Terra sa che sta ruotando intorno al Sole / e i boccioli di rosa sanno di dover sbocciare ai primi di Maggio
Proprio come l’odio sa che l’amore è la cura / puoi rassicurare la tua mente
Che io ti amerò per sempre
Fino a quando l’arcobaleno non brucerà le stelle nel cielo (SEMPRE) / Fino a che gli oceani non ricopriranno le più alte montagne (SEMPRE)
Fino al giorno che 8 x 8 x 8 farà 4 (SEMPRE) / Fino all’ultimo giorno del mondo"
Pag.45
"Sometimes we make promises we never mean to keep…" (The promise, Arkadia, 1985)
"A volte facciamo delle promesse (pur sapendo) che non abbiamo nessuna intenzione di mantenerle"
Pag.64
"Can I confess I've been hanging around your old address?" (Missing, Everything but the girl, 1995)
"Posso confessarti che mi sono ritrovata a vagare intorno alla tua vecchia casa?"
Pag.90
"as long as you’re near me… nothing I know can take your place" (titolo/autore sconosciuto, 1999)
"fino a quando sarai vicino a me… non esiste nulla che potrà prendere il tuo posto"
Pag.93
"’til death do us part" (Till death do us part, Madonna, 1989; e anche altri)
"finché morte non ci separi"
Promesse (Promises)
di Dario Greggio
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1987 |
Ricordo di due sogni (A two dreams tale) |
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1988 |
Tre uomini e un down |
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1990 |
Frankie goes to Leningrad |
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1990 |
In viaggio con papà (incompleto) |
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1991 |
Installazione fatale |
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1991 |
La sfera di bit |
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1994 |
Alicja e la lunga strada della Polonia |
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1994 |
Installazione fatale 33 1/3 |
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1995 |
Mai dire 2 Alpes |
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1995 |
Un portinaio a Beverly Hills |
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1995 |
Le cose in comune (Things we share) |
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1996 |
L’ultimo tramonto |
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1997 |
Star Trek: tempo sprecato |
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1998 |
Giorni a ritroso (Backward stories) |
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1999 |
Breccia nel destino (Timewreck) |
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1999 |
13 gatti neri |
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2001 |
10 piccoli imprenditori |
L'autore è nato a Torino il 5 marzo 1967.
Dopo aver conseguito la maturità scientifica nel 1985, ha frequentato per circa due anni la facoltà di ingegneria elettronica: successivamente è entrato nel mondo del lavoro, presso una grande azienda. Si occupa di elettronica e software per computer.